Giornalismo sotto attacco in Italia

Francesco Guccini e quella domanda che oggi dovremmo avere il coraggio di farci

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È curioso pensare che il primo articolo che scrissi da studente del Liceo “Galileo Galilei” di Perugia fosse dedicato proprio a Francesco Guccini. Ricordo ancora quel compito: io e un mio compagno di classe avevamo il privilegio di dedicare alcune righe a un suo album. Da quel momento iniziò anche il mio rapporto con Guccini.

All’inizio fu l’ascolto tipico di uno studente: intenso, istintivo, animato da quella forza e da quella tensione ideale che, in forme diverse, ogni ragazzo del liceo porta dentro di sé. Poi, con il tempo, arrivò un ascolto più consapevole, più maturo.

Fu all’Università di Giurisprudenza che Guccini diventò quasi una colonna sonora delle nostre giornate. Con i compagni di corso – oggi avvocati e professionisti che ricoprono ruoli importanti nella società – ascoltavamo le sue canzoni con quella convinzione forse un po’ anacronistica, forse persino un po’ elitaria, ma profondamente autentica. C’era qualcosa nei suoi testi che continuava a parlare alle nostre coscienze mentre preparavamo esami come Diritto Penale. Ancora oggi, quando risento alcune sue canzoni, quei pomeriggi di studio riaffiorano con una nitidezza sorprendente.

Oggi non c’è più e, come tanti, la prima cosa che ho fatto è stata aprire Instagram. Quello che mi sono trovato davanti è stato qualcosa che raramente avevo visto. La mia bacheca era letteralmente piena di storie dedicate a lui, a una sua canzone, una fotografia, una frase. Ognuno aveva scelto quella che aveva segnato un momento della propria vita: chi il Guccini più romantico, chi quello più politico, chi quello più intimista.

Ma non erano soltanto gli amici.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, attraverso il Quirinale, gli ha dedicato un pensiero. Lo hanno fatto cantanti che hanno segnato la storia della musica italiana, da Vasco Rossi a Luca Carboni, da Ligabue a moltissimi altri. Lo hanno fatto esponenti del mondo della moda, sportivi, personaggi della cultura.

Lo hanno fatto i rappresentanti politici di quasi tutto quello che oggi viene definito il “campo largo”: amministratori locali, sindaci, parlamentari, segretari di partito, esponenti del Partito Democratico, di Alleanza Verdi e Sinistra, di Italia Viva e di altre forze politiche.

Mi ha colpito, forse più di ogni altra cosa, il ricordo del cardinale Matteo Zuppi, che ha dedicato più riflessioni a Guccini, così come mi ha colpito vedere Camera e Senato interrompere i propri lavori per ricordarlo.

Ed è proprio qui che nasce la riflessione.

Se davvero tutte queste persone, così diverse tra loro per storia, cultura, ruolo e appartenenza, hanno sentito il bisogno di fermarsi per ricordare Francesco Guccini, significa che ciascuna di esse, in qualche momento della propria vita, è stata toccata dal suo pensiero. Significa che un seme, in forme diverse, è stato lasciato dentro ognuno.

E allora viene spontanea una domanda…forse c’è qualcosa che, nella politica di oggi, stiamo sbagliando.

Perché il suo pensiero era uno. E se tutti dichiarano di riconoscersi, almeno in parte, in quei valori, allora viene naturale chiedersi perché continuiamo a dividerci in una frammentazione politica che troppo spesso sembra alimentata più dagli individualismi che dalle idee.

Perché continuare a consumare energie in primarie che, nella pratica italiana, finiscono spesso per accentuare le contrapposizioni personali più che il confronto sui contenuti? Perché moltiplicare soggetti politici che, almeno nei principi richiamati in questi giorni, sembrano riconoscersi in una medesima visione della società?

Non è una risposta quella che provo a dare. È una domanda.

Una domanda che nasce osservando il consenso trasversale che continua a raccogliere nel mondo civile, politico, culturale, sportivo e religioso.

Forse dovremmo avere il coraggio di rimettere al centro le idee prima delle appartenenze.

Perché, in fondo, è proprio questo che le grandi figure riescono ancora a fare: ricordarci che ciò che unisce può essere molto più forte di ciò che divide.


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