Il meccanismo è sempre lo stesso, collaudato, quasi noioso nella sua prevedibilità. Quando Pontida non riempie più i titoloni per i contenuti, quando la fronda interna brontola e le scritte sul pratone raccontano una Lega spaccata tra vecchi nordisti e nuovo corso, a Matteo Salvini serve un diversivo. Un nemico comodo, perfetto da servire al pubblico per trasformare un problema politico in una gara di insulti.
È esattamente ciò che è successo con Paolo Berizzi, colpevole solo di aver fatto il proprio mestiere raccontando e documentando la realtà del dissenso sul campo. Tanto è bastato per scatenare dal palco la reazione furiosa del segretario, con una sequela di insulti e intimidazioni: “prezzolato”, “mistificatore”, “inventore di notizie”.
È la solita tecnica della delegittimazione e della gogna di cui il segretario leghista è indiscusso maestro. Siccome le notizie sono sgradite, si attacca chi le firma. Si trasforma la cronaca in “fango su commissione” per convincere la base che la realtà non esiste, ma è solo un complotto dei soliti giornaloni.
Il dettaglio non trascurabile, però, è la totale irresponsabilità di questo metodo. Parlare in questo modo di un giornalista che vive sotto scorta da anni per le minacce dei neofascisti significa esporlo alla minaccia. Significa far passare il messaggio che chi fa domande o documenta i fatti è un legittimo bersaglio.
La verità è che chi usa l’intimidazione contro chi esercita il diritto alla libera informazione, sancito dalla Costituzione, sta solo ammettendo di non avere risposte. Ma soprattutto di avere un grave problema di democrazia.
Solidarietà a Paolo Berizzi, che continuerà a raccontare i fatti, piacciano o meno al Capitano.
