Non entro nel merito dell’editoriale di Galli della Loggia sul Corriere della Sera: gli ha risposto, da par suo, l’allora presidente Ciampi, quando il nostro aveva definito l’8 settembre “la morte della Patria”, e per me valgono ancora le parole di quel vecchio partigiano azionista, divenuto nel corso dei decenni uno dei protagonisti della nostra vicenda repubblicana. Preferisco concentrarmi, piuttosto, sulla divisione, ormai sempre più netta, diremmo quasi generazionale, che si è venuta a creare nell’ultima settimana: da una parte, una serie di maschi bianchi, tutt’altro che giovani, ben sistemati dal punto di vista economico e con una prole che di sicuro non rischia di trasformarsi in carne da cannone; dall’altra, le ragazze e i ragazzi, del PD e non solo, che si battono contro una guerra che, qualora deflagrasse definitivamente, li vedrebbe costretti a partire per il fronte. Sia pur con il dovuto garbo, Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici, nel comizio tenuto a Reggio Emilia durante la chiusura della Festa dell’Unità, ha dato voce alla sua generazione, proprio come sembrano finalmente aver ripreso a fare anche i giovani del M5S e quelli di AVS, ponendo il pacifismo al centro di ogni discorso. Mal gliene incolse, tuttavia: è una settimana che devono subire gli strali dei suddetti personaggi, i quali, dalle colonne dei principali giornali italiani o dalle proprie bacheche social, li insolentiscono, trattandoli come ignoranti, idealisti, ingenui, utopisti e, quel che è peggio, ignari dell’asprezza del vivere, neanche loro avessero condotto in gioventù la ritirata di Russia.
In questa frattura generazionale, e stavolta anche di genere, risiede uno dei grandi problemi della sinistra occidentale. Se una generazione, peraltro la più colta e preparata della storia, si mobilita infatti solo quando si tratta di difendere la Costituzione nata dalla Resistenza ma non vota quando si tratta di scegliere a chi affidare le principali cariche del Paese, non è perché pensi che siano tutti uguali ma perché si è convinta che nessuno sia, comunque, in grado di rappresentarli e, soprattutto, di prospettare un orizzonte diverso da quello bellicista e turboliberista nel quale siamo immersi. L’altra critica emersa a Reggio Emilia, non a caso, riguarda le parole di Marco Rocco De Luca, che colpevolmente non conoscevo, in merito all’eredità del comunismo italiano. Ebbene, qualcuno dovrebbe ricordare, a Galli della Loggia e non solo a lui, che Reggio Emilia è la patria di Nilde Iotti, a proposito di comunismo italiano, e che il pacifismo è stato uno dei vessilli non solo della sinistra comunista ma anche di quella socialista e cattolica. Basti pensare a personalità come Danilo Dolci e Aldo Capitini, a Pietro Ingrao e ai Partigiani della Pace, anch’essi da tempo trattati alla stregua di epigoni di Stalin, ignorando il fatto che uno di loro fosse il segretario del PSI Pietro Nenni, il quale ruppe con Togliatti e con il PCI dopo l’invasione di Budapest del ’56, aprendo successivamente il dialogo con la DC e favorendo la nascita del centro-sinistra.
Viene, inoltre, in mente ciò che sosteneva un altro socialista degno di nota alla vigilia della Prima guerra mondiale, tal Giacomo Matteotti: “Doveva finire così. Cioè doveva cominciare così: la povera bestia doveva andare al mattatoio gridando gioiosa […]. I cultori dell’ordine hanno in questi giorni esaltata la piazza […]. I professori in palandrana hanno esaltato il monello che rompeva le vetrine. Il teppista diventa eroe […]. Troppo debole è stato il proletariato italiano […]. Prepariamoci ormai a veder dilagare la menzogna; prepariamoci a leggere vittorie sopra vittorie; i socialisti sotto bavaglio della censura e alla mercé d’ogni revolver di birro non esiteranno più […] Ogni borgo celerà al borgo vicino l’ospedale doloroso che ha raccolto dentro le mura al posto delle scuole […]. Orsù, lavoratori, che fare? Levatevi il cappello, passa la patria, e ormai più non ci sono socialisti; passa la rovina, passa la guerra, e voi date ancora la vostra carne martoriata”.
Rileggerlo può essere interessante, anche per rendersi conto che Virginia Libero non ha pronunciato un discorso estremista ma, se proprio le si vuol muovere una critica, ha detto il minimo sindacale. così come Marco Rocco De Luca riguardo alle storture del capitalismo: un dibattito ormai avviato in tutte le principali università del mondo, con riflessioni che spaziano sui più svariati fronti, riprendendo l’analisi che veniva compiuta ai tempi dei movimenti di Seattle e di Genova e del Forum Sociale di Porto Alegre e attualizzandola. La stessa Greta Thunberg, se ci pensate, è figlia di quel pensiero, al pari dell’intero movimento ambientalista, ben cosciente del fatto che anti-fascismo, femminismo, pacifismo, attenzione per il popolo di Gaza, ripudio del genocidio compiuto dall’esercito israeliano e contrarietà a ogni forma di violenza e di autoritarismo si tengano per mano. Una generazione intersezionale, dunque, come del resto insegnava un intellettuale rimasto giovane fino all’ultimo respiro di nome Stefano Rodotà: il presidente della Repubblica di cui avremmo avuto bisogno e che purtroppo non ci siamo meritati, attento alla Costituzione in ogni suo articolo e non disposto ad accantonarla in nome del vassallaggio nei confronti di questa o quell’oligarchia, di questa o quella lobby.
Se permettete un ricordo personale, ho conosciuto Elly Schlein ai tempi della campagna intitolata Occupy PD, quando i ventenni di allora chiedevano a gran voce al proprio partito di accantonare la stagione delle larghe intese e tentare una strada diversa. Su quel voto per il Preisidente della Repubblica (con le bocciature di Rodotà e Prodi e la riflessione di Napolitano), il PD è affondato e non si è più ripreso. Al che, mi torna in mente Bersani, il segretario dei miei vent’anni, cui voglio e vorrò sempre bene, anche le rare volte che non sono d’accordo con lui; mi torna in mente il suo tentativo di dialogo con il M5S di allora e penso che se oggi si possa parlare, nonostante tutto, di alleanza, è perché c’è stato quest’emiliano tenace e mai disposto ad arrendersi, meno che mai alla barbarie, e per questo amatissimo dalla base e spesso ospite in televisione, in quanto voce e anima di un pensiero democratico e progressista assolutamente imprescindibile.
All’epoca, Virginia Libero andava al liceo, i processi legati al G8 di Genova si erano conclusi da poco, il PD, come detto, stava per imboccare una strada sbagliatissima e il resto è storia: un decennio buttato, vari segretari, più o meno validi, gettati alle ortiche, il ritorno al potere di una destra che sul fascismo segue l’insegnamento almirantiano del “non rinnegare, non restaurare” e adesso, per l’appunto, uno scivolamento europeo verso la guerra guerreggiata, con tanto di spese folli in armamenti e conseguenti tagli al welfare e alla sanità.
Se una generazione dice no a tutto questo, non è, quindi, perché tema di essere mandata al fronte, non solo almeno, ma perché non ne può più di vivere in un contesto di ferocia, disperazione, alienazione sociale, mancanza di prospettive, crescita dei fascismi a ogni latitudine e annientamento di qualunque prospettiva legata a una scuola decente e a un lavoro dignitoso. Non sono ignoranti, insomma, ma fin troppo consapevoli, fin troppo adulti, fin troppo privi della spensieratezza che avrebbe dovuto caratterizzare la loro gioventù.
A noi spetta un solo compito: ascoltarli e metterli nelle condizioni di diventare una classe dirigente migliore rispetto a quelle che stiamo vedendo all’opera.
