Giornalismo sotto attacco in Italia

Francesco Guccini: la locomotiva corre ancora

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“Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva…” e continuerà a correre sui binari della fantasia, insieme al suo ferroviere anarchico e al cantore di Pavana, scomparso oggi all’età di ottantasei anni. Addio a Francesco Guccini, lontano parente di Enzo Biagi, custode di quella tradizione di montagna, tipica dell’Appennino tosco-emiliano, che il grande cronista, maestro di tutte e tutti noi aveva raccontato in numerosi articoli e libri, tenendo sempre ben presente l’esperienza da partigiano che aveva vissuto fra il ’44 e il ’45.
Stessa estrazione e stesse idee per Francesco Guccini, uno degli ultimi cantautori, forse l’unico vero erede di De André, in grado narrare oltre mezzo secolo di storia italiana non dismettendo mai lo sguardo dell’esploratore, del sognatore e del viaggiatore, in un universo di favole e di storie antiche che rivivevano nei suoi brani e nelle sue opere letterarie.
Impossibile definirlo, com’era difficile definire esattamente De André: un punto di riferimento, certo, ma più che mai un vulcano di emozioni, un costruttore di orizzonti, un chierico vagante in un’epoca asfissiata dal conformismo e dalle mistificazioni.
Non sappiamo se trionferà mai la giustizia proletaria né abbiamo la certezza che gli eroi siano tutti giovani e belli; fatto sta che a Guccini mi lega soprattutto una canzone: “Piazza Alimonda”, dedicata alla memoria di Carlo Giuliani, che non era un eroe ma sicuramente un martire delle discriminazioni, dei pregiudizi e dell’odio che già un quarto di secolo fa erano diffusi un po’ dappertutto. E il Guccio, con la sua proverbiale genialità, aveva pennellato quel giorno, quella vita e quella morte con versi indimenticabili: “Genova, quella giornata di luglio, d’un / caldo torrido d’Africa nera / sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera /
nera o blu l’uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia /
facce e scudi da opliti, l’odio di dentro / come una scabbia…”. E ancora: “Uscir di casa a vent’anni è quasi un obbligo, quasi un dovere / piacere d’incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere / quella grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza /
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza”. Infine: “Dal bar caffè e grappini, verde un’edicola vende la vita / resta, amara e indelebile / resta, amara e indelebile / resta, amara e indelebile, la traccia / aperta di una ferita”.
“Una vita troncata, tutta una vita da immaginare”: soltanto lui, esponente e interprete di una terra partigiana, avrebbe potuto descrivere con tanta precisione chi fosse Carlo e cosa racchiuda davvero quella morte assurda, anticipando lo sfacelo dei due decenni successivi e guidandoci, ancora una volta, lungo il sentiero impervio ma imprescindibile della memoria.
Ora che non ci sei più, caro Francesco, passando a Bologna per via Paolo Fabbri (dove, guarda i casi della vita, si trova anche il Centro di Documentazione dei Movimenti “Francesci Lorusso – Carlo Giuliani”), ci guarderemo intorno e ci infileremo di gusto in una delle tue trattorie preferite, riscoprendo la tua eredità grazie ai ricordi, a una pietanza, alle piccole cose, a ciò che hai amato e a ciò che ti ha reso immortale. Ora avvertiamo un senso di vuoto, di assenza, di abbandono, come se l’Appennino avesse perso la sua voce, e purtroppo in buona parte è così.
Con te se ne va, infatti, un cultore della coscienza e dell’impegno civile. E ora che non sappiamo proprio che viso abbia il nostro futuro, restiamo qui ad ascoltare le tue note, le tue parole e il tuo modo inconfondibile di cantare, prigionieri di questo tempo di addii.

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