Come segretario Usigrai ho avuto la fortuna di lavorare a stretto contatto con Stefano Marcelli. Per lunghi anni è stato una colonna della Commissione Sindacale, quella che insieme all’Esecutivo istruisce le vertenze da portare ogni mese al tavolo della Paritetica Rai. Ci servivamo della sua irruenza, quando necessario della sua sfrontatezza, temperata dalla toscanità, per sostenere nel modo più efficace le nostre richieste. Stefano non si tirava certo indietro quando si trattava di ricordare con nomi e cognomi alla controparte Rai le sue incoerenze, le sue contraddizioni, il rigore,solo apparente; e per quella via ottenere che dentro le redazioni venissero sanate disparità insostenibili.
Il rispetto che aveva saputo guadagnarsi nell’attività a tutela dei colleghi poggiava anche sulla passione professionale, forte almeno quanto la passione sindacale. Stefano ê stato un cronista di riconosciuto valore, che ha lasciato il segno in tante inchieste giornalistiche importanti – una vicenda per tutte: la Moby Prince – e si è guadagnato la stima profonda di un maestro come Roberto Morrione.
Per lui i due elementi erano inscindibili: si fa sindacato perché si vuole un giornalismo più autonomo, si pratica la solidarietà nella categoria perché l’informazione assolve a una funzione sociale da tutelare.
E poi c’era – ma forse sarebbe meglio dire: prima di tutto c’era – il tratto umano: una simpatia travolgente, uno sguardo ironico e divertito sulle grandi cose del mondo e sulle piccole vicende private, la battuta sferzante che però sfuggiva sempre al rischio della pesantezza. Le serate con Stefano, anche nei momenti di più acuta tensione sindacale con la Rai, erano momenti di allegria indimenticabile. Non abbiamo perso solo un brillante giornalista e un sindacalista rigoroso. Abbiamo perso un amico.
