Barbara Schiavulli. Giornalista di guerra e direttrice di Radio Bullets, è stata arrestata e detenuta in Israele dopo la Global Sumud Flotilla. Ora arriva a Trieste per presentare “Voragini“, il suo romanzo su Gaza. L’abbiamo intervistata su genocidio, donne e sul giorno in cui ha capito che raccontare non bastava più.
Palestina, Iraq, Yemen, Afghanistan, Sudan e la lista potrebbe continuare ancora: sono solo alcuni dei Paesi che Barbara Schiavulli ha raccontato negli ultimi 30 anni come giornalista di guerra. Ci sono delle storie però per cui i reportage non bastano e che trasforma in libri: “Voragini” è il suo ultimo romanzo e Schiavulli è stata venerdì 29 maggio a Trieste a presentarlo, all’interno della rassegna Rose Libri Musica Vino, promossa dalla cooperativa sociale Agricola Monte San Pantaleone e dall’Università degli Studi di Trieste nel parco culturale di San Giovanni. L’abbiamo intervistata per parlare del suo libro, che racconta in che cosa si è trasformato il conflitto israelo-palestinese negli ultimi anni, ma anche della sua esperienza nelle carceri israeliane con la Global Sumud Flotilla.
Come mai hai deciso di scrivere ora questo libro?
Quasi tutti i miei libri nascono dalla rabbia. “Voragini” è una riflessione, dove da una parte continuo a raccontare le vittime, ma penso anche a quello che trasforma le persone in carnefici.
In questi giorni ci sono state un po’ di polemiche intorno alla parola “genocidio”, cosa ne pensi?
Ci sono delle definizioni e dei criteri che spiegano una certa cosa: quello che sta succedendo ai palestinesi è genocidio, come è successo in altre, purtroppo, occasioni. Il non volerlo vedere perché si ha voglia di sostenere interessi, non lo rende meno genocidio di quello che è. Purtroppo la Palestina rappresenta una rottura, quella tra l’umano e il disumano.
Sei stata sulla Global Sumud Flottilla a ottobre: come unisci il giornalismo e l’attivismo?
Quando ho cominciato a fare giornalismo, 30 anni fa, pensavo che bastava raccontare il male per far sì che la gente lo ritenesse inaudito. Col tempo ho capito che questo non è così ed è un fallimento per me e per quello che credevo fosse uno dei lavori più importanti all’interno di una società civile. Con Gaza ho sentito il bisogno di rimboccarsi le maniche e dare una mano, far vedere che noi non siamo solo dei semplici registratori che riportano storie, ma che serviva metterci il corpo. A volte giornalismo e attivismo si possono fondere insieme quando si tratta di diritti e di persone.
Sei anche stata arrestata dall’esercito israeliano. Com’è stata quell’esperienza, come giornalista e come donna?
Un senso di umiliazione… Con gli uomini c’è un approccio più violento ma con le donne è più facile umiliare, anche sessualmente: sputarci addosso, chiamarci puttane, togliere gli assorbenti quando hai le mestruazioni o strappare il velo alle donne musulmane. Ci hanno messo in celle sovraffollate, senza darci acqua per 96 ore, ci hanno fatto togliere i reggiseni. Il Ministro della sicurezza nazionale israeliano Ben-Gvir lo ha poi detto che ci doveva far capire cosa significa essere terroristi, ma noi eravamo tutto tranne terroristi. Noi eravamo le persone che volevano portare aiuti e se essere umani è una colpa, allora di questo sono colpevole.
Nel libro le donne sono soprattutto madri. Chi sono le donne di Gaza?
Gli uomini combattono, ma le donne sono il futuro. Un po’ perché hanno i figli, perché sono madri, e un po’ perché è nel loro Dna quello di proteggersi e andare avanti. E questo l’ho visto in qualsiasi paese in guerra. Sono sempre le donne che parlano, forse più degli uomini, di pace. Spesso e volentieri sono le più vulnerabili insieme ai giovani, ai bambini, ma sicuramente nel contesto di un conflitto sono le più forti. E questo secondo me va raccontato.
L’intervista è stata pubblicata sulla testata online Triesteprima: https://www.triesteprima.it/cronaca/barbara-schiavulli-voragini.html

