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Processo Regeni: le surreali tesi della difesa degli imputati

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C’è qualcosa di kafkiano, nel processo per l’omicidio di Giulio Regeni. Non basta che i quattro agenti della National Security egiziani, Tariq Sabir, Athar Kamal, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdel Sharif formalmente imputati davanti alla Corte d’Assise di Roma, non si presentino in aula. Non basta che l’Egitto non collabori, non estrada, non risponda.

Oggi la difesa ha alzato il tiro, sostenendo che i propri assistiti non possono nemmeno costituirsi, perché farlo li esporrebbe al rischio di essere accusati di infedeltà al governo egiziano e perseguiti nel loro Paese.

Tradotto: gli imputati non sono latitanti per scelta, ma, secondo i loro legali, per necessità istituzionale. Non si sottraggono volontariamente alla giustizia italiana; ne sono, per così dire, strutturalmente impediti. È un argomento giuridico che suona quasi come una tesi filosofica: il processo è impossibile, dunque è giusto non tenerlo.

La replica del pubblico ministero è netta: la questione è inammissibile, già esaminata e deliberata dalla Corte due anni e mezzo fa. E poi c’è una contraddizione logica difficile da ignorare: come possono gli imputati temere le conseguenze di partecipare a un processo di cui, forse, non hanno nemmeno ricevuto notifica ufficiale? Il timore presuppone la consapevolezza; la consapevolezza presuppone la notifica. Quale delle due manca?

In questa cornice quasi surreale, l’udienza ha affrontato altri due nodi processuali. Il primo riguarda la traduzione della testimonianza di Mohammed Abdallah, il capo del sindacato autonomo degli ambulanti al Cairo che avrebbe tradito e denunciato Regeni alla National Security, agendo come infiltrato con una telecamera nascosta. La terza versione della sua testimonianza è pronta e verrà sottoposta ai consulenti di parte per l’accettazione. Un atto tecnico, ma che ricorda quanto lunga e tortuosa sia la strada per ricostruire nei dettagli cosa accadde nei giorni in cui il giovane ricercatore italiano scomparve al Cairo.

Il secondo nodo riguarda le dichiarazioni rese da alcuni testimoni presso l’ambasciata italiana al Cairo nell’immediatezza degli eventi. La difesa, con l’avvocato Armellin, ne ha chiesto l’acquisizione agli atti. Il PM ha risposto che quando la polizia giudiziaria opera all’estero perde i suoi poteri ordinari, e quei verbali, entrati nel fascicolo del pubblico ministero, non sono stati acquisiti nel fascicolo dibattimentale.

Il legale della famiglia Regeni ha aggiunto che alcune di quelle testimonianze erano già state ritenute irrilevanti ai fini del dibattimento. La difesa ha replicato di non essere in grado di utilizzare quei verbali. La Corte si è riservata di deliberare.

Un’udienza come tante altre, in un processo che sembra scorrere su binari paralleli rispetto alla realtà: da una parte i legali che discutono di procedure, traduzioni, ammissibilità; dall’altra il silenzio dell’Egitto, invariato da anni. La prossima udienza è fissata per il 23 giugno a Rebibbia alle ore 9:30, con possibile proseguimento il 24. Il calendario avanza. Gli imputati, no.

 


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