Giornalismo sotto attacco in Italia

Il silenzio sul e in Venezuela

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Un’ultima telefonata e poi il silenzio. “Non resta molto altro da dire, a parte il senso di disagio che sentiamo molti di noi per essere rimasti vivi … “, con queste parole aveva concluso tristemente ma con tono risoluto un amico da La Guaira, dopo avermi riassunto in numeri secchi la situazione a 16 giorni dal duplice terremoto che ha devastato la costa orientale del paese: 3.691 i morti recuperati, 16 mila i feriti, decine di migliaia gli scomparsi che con il tempo saranno in gran parte sommati alle vittime. Dall’Università Centrale del Venezuela, il dibattito aperto sulla catastrofe, prevedibilità e dimensioni, s’infila però diritto nella confusa ma profonda crisi politica nazionale, dopo un quarto di secolo di diversi formule e gradi d’autoritarismo chavista. Fatalità naturale? Scambiando la sua difficile e comunque parziale prevedibilità con la fatalità assoluta, stiamo vivendo anni in cui s’è fatta spazio l’idea (niente affatto nuova, peraltro) che è il capriccio degli eventi a scrivere la Storia. Mentre al più tardi e una volta ancora dalla Scuola di Sociologia di Caracas riaffermano che i “disastri naturali” sono anche e soprattutto disastri “socio-ambientali”. Vale a dire, in breve ma chiaro: scelte di crescita materiale sbagliate.

Nel caso specifico, a parere degli specialisti che indagano non da oggi sul fenomeno deflagrato lo scorso 24 giugno, si tratta di operazioni urbanistiche compiute sulla base di urgenze sociali innegabili (il bisogno di abitazioni popolari) e nondimeno interpretate malamente dalla politica, che non le ha suffragate con adeguati accertamenti scientifici o -peggio- ha ceduto alle pressioni degli appaltatori che vi hanno visto l’opportunità di lucrare super-profitti finanziari. Dimenticando la lezione della feroce deslave de Vargas, dove nel dicembre 1999 piogge torrenziali provocarono una frana ciclopica che travolse nel fango almeno 20 mila persone. Quando concorrono determinate condizioni, certe formazioni geologiche del nostro pianeta tendono a subire ovunque processi analoghi. Ad esempio, le costanti vibrazioni alle quali sono esposti i terreni costieri per effetto dei moti marini, ne riducono i contenuti arenosi così come la loro consistenza e solidità. In un processo lento ma inesorabile, fino a rendere inaffidabile il sostegno degli stessi terreni alle strutture che vi affondano le fondamenta.

Il governo (provvisorio?) di Delcy Rodriguez, già vice di Nicolas Maduro, con cui Donald Trump ha sostituito quest’ultimo, catturato e deportato negli Stati Uniti, non replica direttamente alle innumerevoli critiche che le rivolgono dall’opposizione e ancor più crudamente da quanti sono sopravvissuti al terremoto salvando nondimeno nient’altro che la vita. Sono molte decine di migliaia di persone prive d’ogni conforto, intere famiglie con anziani, donne, bambini ai quali i poco più di 300 milioni di usdollars d’aiuti trasportati finora dagli Stati Uniti assicurano a malapena la sopravvivenza momentanea nelle tendopoli di fortuna sorte attorno alle macerie. Risalta quindi nei commenti maggiormente diffusi l’impotenza delle forze armate venezuelane, e tra queste quella dell’esercito in particolare. La sua immagine, sovrapposta un quarto di secolo addietro dal colonnello Hugo Chavez su quella dello stato, ne esce quindi fortemente svalutata. Conferma la sostanziale inanità mantenuta a fronte dell’assedio e della successiva incursione dei reparti Delta delle truppe statunitensi per il sequestro dell’allora pur contestato presidente Maduro, loro comandante in capo.

I venezuelani sembrano rassegnati alla scarsa attenzione internazionale suscitata dalla loro tragedia. Ma stanno assistendo sempre più inquieti alla paralisi dell’istituzione a cui la Costituzione attribuisce tanto la difesa della sovranità e dell’indipendenza, quanto la protezione della popolazione in caso di disastri. Un problema serio per tutti, a Caracas e a Washington, perché dall’autorevolezza e dall’efficienza operativa dei corpi militari e dell’esercito nazionale in prima linea è dipeso e continua a dipendere l’ordine interno del Venezuela, anche nel dopo-Maduro. Il generale Francis Donovan, con competenza sui Caraibi in quanto responsabile del Comando Sud delle forze armate statunitensi, controlla con i suoi uomini l’aeroporto di Caracas, Maiquetia, e il porto di La Guaira dove sono alla fonda le unità della IV Flotta che hanno assicurato i primi, limitati soccorsi tecnici e alimentari nelle ore immediatamente seguenti la tragedia del sisma. Ma non potrebbe certo farsi carico di un’emergenza che investisse l’intero paese con oltre 28 milioni di abitanti, con un’occupazione in parte occulta e comunque incerta, la libertà di stampa limitata, centinaia di detenuti politici e nessun leader nel quale confidare.


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