Si è definitivamente rotto il fidanzamento lungo 11 anni tra Rai Way e Ei Towers, vale a dire le due strutture cugine – l’una controllata dal servizio pubblico, e l’altra da MediaForEurope (ex gruppo Mediaset) e dal fondo F2i- adibite alla diffusione del segnale radiotelevisivo. Sarebbe stato un matrimonio di interessi, ma proprio la sua evidente natura mercantile ne ha reso progressivamente inutile la celebrazione, visto che -a questo punto dell’evoluzione tecnologica- in quei confini gli affari rischiano di essere piuttosto magri. Non solo. Non vi è stata evidenza pubblica del problema, rimasto probabilmente tra gli elementi riservati per prudenza, di verosimili violazioni della normativa antitrust, che difficilmente un’unificazione lesiva della concorrenza avrebbe potuto eludere. Comunque, il divorzio -pure da tempo nell’aria- costringe ora a fare i conti con il futuro, disegnando di corsa strategie al momento assenti. Paradossalmente, è la Rai che sta peggio. Se Mfe ha un disegno europeo in espansione, il vecchio ex monopolio non pare fare tesoro di uno dei suoi stessi tesori. Infatti, la società delle torri, che andrebbe ripresa anche societariamente dalla casa madre, ha di fronte a sé una scelta: gestire l’esistente, sperando che la conferenza mondiale delle radio comunicazioni in programma nel 2031 decida di procrastinare di qualche anno l’utilizzo per la televisione delle frequenze ormai destinate alle telecomunicazioni; ovvero l’entrata nella scena dei Data Center in Edge Computing (risparmio di banda e forte decentramento. evitando cattedrali energivore), punto decisivo per affermare almeno quote di sovranità digitale. Insomma, la Rai intende o no partecipare alla ri-mediazione dei servizi pubblici nell’età delle Intelligenze artificiali? L’amministratore delegato Giampaolo Rossi, reduce dalla magrissima presentazione dei nuovi palinsesti ad Ancona (già, perché ad Ancona?), se ne sta occupando con i suoi orchestrali? Ne va dell’esistenza in vita dell’azienda, altrimenti destinata a diventare una sorta di super-emittente locale (ricorre il cinquantesimo della legalizzazione dell’emittenza privata non la sentenza n.202 del luglio 2926 della Corte Costituzionale) fruita dalla terza e dalla quarta età. Se la Rai decidesse il salto -peraltro supposto anche dal Contratto di servizio- in vigore prima della scadenza della Convenzione con lo Stato in scadenza nell’aprile del 2027, la luce si riaccenderebbe. Altrimenti, il buio della mediocrità in camicia bruna o nera prenderebbe il sopravvento. E amari in tal caso sarebbero i riflessi sia per il pluralismo dell’informazione sia sulla medesima tenuta industriale dell’azienda. La via indicata non è di semplice gestione, perché richiede un «nuovo inizio», con una netta rottura di continuità. Dalla comfort zone della blasonata offerta generalista, pur ibridata dai canali specializzati, è necessario sbarcare sul serio sulla terra affascinante ma infida della crossmedialità segnata dalla sintassi delle IA. Naturalmente. ciò esige un management adeguato e in grado di resistere alle indicazioni o alle lusinghe dei governi di turno. Ma TeleMeloni non è solo un brand, per dirla con Rossi, bensì un luogo di conservazione sottomessa e opportunista. In tutto questo attorno alla Rai sta avvenendo una copia bonsai dei dieci giorni che sconvolsero il mondo. Si sono dimesse e dimessi le e i componenti delle opposizioni della Commissione parlamentare di vigilanza, né vi è disponibilità a operare sostituzioni così come d’ufficio richiesto dai presidenti di Camera e Senato. La maggioranza si è strumentalmente dimessa a sua volta. Che accadrà? Una cosa è certa: la vicenda della Rai è un capitolo doloroso per la politica italiana, mentre l’European Media Freedom Act (EMFA) sta per arrivare al primo compleanno sul punto dell’autonomia e dell’indipendenza dei fornitori di media di servizio pubblico.
La discussione presso la competente commissione del Senato sulla riforma è stata ferma per mesi. Con dolo.
Opposizioni: dopo l’ottimo gesto fatto, ora è urgente la lotta, andando anche in piazza.
(Da Il Manifesto)
