Giornalismo sotto attacco in Italia

In piazza per i diritti delle donne afghane

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C’erano i bambini e le bambine a terra a disegnare su un lenzuolo bianco e poi quelli nei passeggini o le bambine in piedi con i cartelli in mano. E poi le donne, le madri, le ragazze. E gli uomini. Sì c’erano anche gli uomini. Compagni, sostenitori della libertà delle loro donne. E di tutte le donne. Ma anche di tutto il loro Paese. Volti dell’Afghanistan. Ma anche dell’Iran.

C’erano centinaia di persone domenica 21 giugno in piazza Santi Apostoli a Roma per manifestare, ancora una volta, per i diritti negati alle donne afghane e per i diritti di tutti.
Sui cartelli e gli striscioni richieste chiare: istruzione, libertà, pace. Stop all’apartheid e ai talebani.
Un minuto di silenzio per chi è stata uccisa ha dato avvio alla manifestazione, un cerchio di persone unite dal desiderio di rompere l’indifferenza che è un muro che fa male e toglie il respiro, come quei burqa nei quali sono costrette le donne.
C’era il Cisda, c’erano giornalisti, c’era il portavoce italiano di Amnesty, Riccardo Noury, c’era Nove Caring Humans, c’erano alcune donne del Progetto Neda che, come indica la parola, lavorano per dar voce, per fare rete, per continuare a garantire un’istruzione (anche se clandestina). Quell’istruzione negata alle bambine dai 12 anni.
L’Afghanistan in questo momento è il peggior Paese al mondo in cui nascere femmina. Eppure a pochi interessa. Non rientra nelle informazioni principali e se ne parla solo in caso di fatti gravi. Ma quale è il discrimine?
Non è grave ciò che sta succedendo ad Herat? Non è grave impedire alle donne di esistere? Non è grave che siano picchiate e umiliate e che nessuno dia ascolto alla loro voce sottile? Non è grave che i libri scritti dalle donne siano spariti dalle Università? E che le famiglie vendano le figlie perché hanno fame? Come Cassandre contemporanee subiscono e nessuno è interessato a credere loro. Perché mentre tutto accade, il mondo si gira dall’altra parte.

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