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Libano. Guerra civile, vittoria dell’establishment o rivoluzione?

 

Guerra civile, vittoria dell’establishment o rivoluzione? Per quanto possa sembrar strano una parola decisiva potrebbe spettare alle chiese. Perché con loro  l’intifada libanese potrebbe rompere la gabbia in cui le grandi famiglie hanno rinchiuso le poltrone del potere arabo, non solo libanese e non ricadere dopo tanto sangue e dolore nell’individualismo sovente rimproverato agli arabi che potrebbe portarli alle ormai imminenti elezioni anticipate a piegarsi alla signoria dei potenti che da oltre mezzo secolo si sono impossessati del Libano e delle sue ricchezze?

Parlare di questo ci richiede di partire dalla longevità del potere arabo. Ha scritto J.P.Filiu in uno dei suoi libri importanti, “La rivoluzione araba”, riferito al 2011: “gli arabi hanno combattuto per i loro diritti per oltre una generazione, ma i pregiudizi culturali e la faziosità politica hanno impedito di cogliere la portata della loro disaffezione (nei confronti dei loro governanti). Gli arabi non sono un’eccezione. E’ stata la determinazione e la resistenza della clique di potere a essere davvero eccezionale. E questa eccezione è finita con la caduta del regime di Ben Ali, per quanto molti degli ex sostenitori dell’eccezionalismo arabo abbiano immediatamente cominciato a scommettere sull’eccezionalismo tunisino.”

In effetti se diamo un’occhiata alla storia notiamo che Mubarak, cacciato nel 2011, venne eletto per la prima volta nel 1981, re Hussein di Giordania, morto nel 1992, era al potere dal 1952, Gheddafi cadde nel 2011 dopo un controllo totale della Libia dal 1969. Il Libano post-guerra civile, cominciata nel 1975, non fa eccezione a questa regola. L’attuale presidente Aoun ne fu protagonista, come ne fu protagonista il presidente del Parlamento, Berri e tanti altri. C’è un vinavil speciale nel mondo arabo per attaccare i sederi alle poltrone? O non sarà che qualcuno ha ucciso la politica? Riandando con la memoria a prima della fine del colonialismo europeo non si ricorda l’esperienza di uno Stato civile fondato sull’effettiva cittadinanza, il cammino riformista ottomano si interruppe proprio qui, con la breve ma sfortunata stagione delle riforme, alle quali si era giunti senza un processo di revisione sociale, ma con un forte impulso culturale. Così nulla allora ricordava ciò che abbiamo oggi. Le donne velate alla saudita non esistevano al Cairo come in tante altre città, i campus universitari erano come quelli europei sotto egemonia marxista. La società complessa, multietnica e multireligiosa era una realtà consolidata in tutto il Levante, nonostante problemi e discriminazioni questa complessità era avvertita come un fatto personale: le diverse identità appartenevano nel profondo all’identità di ciascuno. La guerra di Suez, guerra colonialista contro l’Egitto, spinse Nasser all’espulsione di ebrei ed egiziani di origini europee. Questo atto estremo anticolonialista ha condonato il Levante. E’ lì che si determinò una rottura interiore. Il corso della storia, la mancanza di una rivoluzione industriale e di un’ industrializzazione  reale, insieme alla guerra fredda, fecero emergere in tutto il mondo arabo fuorché in Libano due ideologie contrapposte ma simili, schierate l’una con Washington e l’altra con Mosca: il tribalismo nazionalista e il tribalismo islamista. Generali golpisti contro petromonarchi. Il Libano è stato l’unico Paese che si è sottratto a questa morsa. E’ diventato il Paese del libero pensiero, della libera impresa mentre i vicini Egitto e Siria nazionalizzavano tutto. Fino alla guerra civile, quando finì sotto il protettorato siriano. Da allora è finita la politica anche in Libano, ed è tornato il tribalismo come potere senza politica, solo eternizzazione di sé. Questa cura da cavallo ha scisso gli arabi, e gli stessi libanesi. Scissi tra un desiderio di modernità e un contesto economico arretrato nel quale solo il clientelismo, in cambio del silenzio, avrebbe consentito la sopravvivenza.

E’ in questa fase che emergono il fanatismo tribale e religioso e il fanatismo tribale e nazionalista. Per entrambi il mondo di fuori è cattivo, nemico, corrotto. Chi lo sceglie o lo segue è una spia, un nemico, un pericolo. E’ così per i nazionalisti che definiscono una spia o un servo dell’Occidente chi oggi protesta in piazza a Beirut come tutti coloro che hanno protestato in passato, e per gli islamisti, che come Hezbollah oggi dicono la stessa cosa degli stessi contestatori (se non sono barbuti). Questa teologia laica o religiosa, profonda e totalitaria, dei due opposti estremismi ha obbligato gli arabi a rifugiarsi nell’individualismo, piegandosi  al fatalismo perché cambiare si è sempre dimostrato impossibile e continuerà ad esserlo. Per questo si affidano sempre all’uomo della provvidenza. Sia musulmani sia cristiani.

I cristiani sono caduti nelle rete culturale del fanatismo islamista che li ha convinti di non potersi fidare dei loro fratelli musulmani, solo il potere li potrà salvare. Si chiami Assad, si chiami al Sisi, si chiami Saddam, questo potere è l’unico protettore in un mondo che hanno finito con l’accettare anche loro che non potrà cambiare. Qualche esempio? Ecco qui: commentando l’accordo tra Grecia ed Egitto sulla gestione delle acque del Mediterraneo orientale e quindi della gestione delle sue risorse il patriarca Teodoro II di Alessandria ha affermato che ora “il Mediterraneo è nelle mani di uomini di pace”. Se al patriarca Teodoro II al Sisi risulta essere un uomo di pace come sorprendersi che il presidente del Libano, il generale in pensione di dichiarata fede cristiano-maronita ma uomo politico, non ecclesiastico, possa aver tollerato che un manifestante, durante la grande manifestazione di protesta che ha dato il via all’intifada libanese contro Hezbollah e le grandi famiglie che occupano il Libano, dopo essere entrato nella sede del ministero degli esteri e dato fuoco a una fotografia del presidente sia stato catturato, fotografato mentre era incappucciato e secondo molti report diffusi dalle emittenti libanesi torturato. Diviene meno difficile, detto questo, credere che il presidente Aoun abbia detto che questa tragedia, la distruzione di Beirut e della sua più importante infrastruttura, quel porto che è sempre esistito dai tempi dei fenici, “ha richiamato l’attenzione del mondo sul Libano”. Lui voleva convincere i libanesi che il mondo non ha aiutato il Libano in bancarotta perché “cattivo, egoista, nemico”, non che i politici libanesi hanno depredato il Libano di ogni sua ricchezza con scelte e azioni che vanno al di là di ogni possibile immaginazione. Ma c’è solo questo? Nei pensiero cristiano che ha accettato questa visione di alleanza con poteri impensabili come al Sisi, o Assad, o Saddam, o Hezbollah, c’è solo la paura che l’alternativa potrebbe essere addirittura peggio? O non c’è anche altro? No, c’è l’idea che il mondo di fuori è corrotto. Questa idea nasce da una teologia distorta, per cui il mondo buono è il Paradiso, questo è quello contro Dio. I laici la fanno propria vedendo nella loro NAZIONE il bene assoluto, in lotta col male. Per questo sono tutti, laici e credenti,  antiamericani.

Se ci si pensa forse si trova una radice teologica profonda, che riporta ai tempi lontani, quando la teologia ortodossa elaborò la teoria della sinfonia dei poteri, quello politico e quello spirituale. Così, proseguendo su questa strada, “dare Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” è diventato una specie di “sempre con Cesare, nel nome di Dio”. E’ la sfiducia nell’altro che ha diffuso questa visione. Ma la sfiducia è sempre binaria: se tu non ti fidi di me io non fido d te, mentre non è detto che sia vero il contrario. Per rompere questo muro occorre visione ed essere fiduciosi. E infatti  i musulmani sono caduti nella rete dell’antagonismo, per cui la loro sarebbe divenuta la fede-contro.  Questo antagonismo ha usato il pensiero religioso islamista per cui i cristiani sono parte di un complotto dell’Occidente contro l’Islam, contro il mondo arabo.  L’artificiale miscela di un odio fondato sulla sfiducia e i complessi di superiorità si è arricchita così della prospettiva islamica, nel nome di un passato che non c’è più, e di quella cristiana, nel nome di un presente che non è il proprio ma di un Occidente che lo ha raggiunto non perché cristiano ma perché ha percorso un cammino storico.

Appena arrivato a Beirut dopo la grande esplosione del 4 agosto, il collega Lorenzo Cremonesi del Corriere della Sera, che è stato testimone del 2011 in tanti Paesi arabi e poi è andato ancora ancora recentemente nelle piazze bollente di tutto il mondo arabo, mi ha detto: “ appena sono arrivato ho pensato di essere a Baghdad. Ho trovato  una analogia fortissima e nella piazza della protesta così simile a quella irachena ho capito che è successo qualcosa di enorme. Si è rotto un paradigma. La piazza cristiana ha delegittimato Aoun, la sua scelta di campo, e si è avvicinata agli altri contestatori del potere miliziano di Hezbollah. La scelta indicata dal patriarca maronita Beshara Rahi, opposta a quella del presidente, l’ho percepita viva tra i ragazzi cristiani che mi dicevano che non conta l’apparenza confessionale ma l’estraneità al meccanismo del potere. Parlare di Libano neutrale come fa Beshara Rahi vuol dire non accettare di prendere parte a una lotta per il potere di due opposti imperialismi. Quello di Aoun, che i cristiani possono sopravvivere solo alleandosi con la minoranza dell’Islam, lo sciismo, in un’alleanza delle minoranze che protegge l’uno con l’altro, è  un paradigma ormai logoro che va a rotoli perché lo dicono i fatti.” Nel suo racconto emerge evidente il desiderio di rompere il muro di gomma che isola le persone dalla convivialità, dalla possibilità di realizzarsi senza bisogno di ossequio al signorotto di zona, che a sua volta giurerà fedeltà a una grande famiglia che giurerà fedeltà a un blocco.

Ma per Lorenzo Cremonesi, mi è parso di capire, questa similitudine con Baghdad ha anche un qualcosa di proprio dell’area siro-irachena, e cioè la percezione di un’altra minaccia esistenziale: il disegno totalitario  khomeinista . Trasformando la comunità sciita in una milizia alla quale non è consentito dissentire, e il silenzio sciita di questi giorni lo dimostra, il Partito di Dio mina alla base la possibilità di un confronto che non sia confessionale, imponendo quindi il confessionalismo sia agli amici che ai nemici.

Cosa Lorenzo Cremonesi ha proseguito: “il piccolo Libano torna ad essere una grande sfida. Sarà possibile credere alla liberazione dalla necessità di essere protetti da qualcuno? E’ qui che i cristiani diventano l’ago della bilancia.” Se ci credessero loro, nonostante tutto, la bilancia politica cambierebbe. Ma potranno? Avranno la possibilità di liberarsi dalla paura che un secolo tremendo, complici tutti, gli ha versato nel sangue?  La ricostruzione di Lorenzo Cremonesi è importante perché associando Beirut e Baghdad ci dice che lui ha percepito ai due estremi di quel vasto mondo che va dalla Mesopotamia al Mediterraneo che la cultura della protezione incarnata da Aoun è stata delegittimata, che la gente ha scelto l’atra strada e costruisce questa convivialità per strada. Ma serve un aiuto esterno. Questa consapevolezza sta nelle persone che però non hanno leadership, non possono averla, i gruppi dirigenti arabi hanno impedito il formarsi di leadership alternative. O l’Europa, scoprendo finalmente quale sia il proprio interesse, capisce o l’arabo tornerà a piegarsi, per sopravvivere. E’ per questo che le Chiese hanno un ruolo importantissimo da svolgere. L’unica leadership che può dire ai giovani di non tornare indietro è la loro. Non c’è un altro riferimento solido sul terreno che possa creare solidarietà e non contrapposizione qui e innovazione rivoluzionaria  lì. Ma questo richiede che i vescovi cambino visione e scelgano quella che gli ha detto Francesco: lasciate i lussi e state accanto al vostro popolo che soffre tanto. E lasciare i lussi vuol dire lasciare finalmente e per sempre l’idea di protezione. Solo le chiese potrebbero portare i cristiani a divenire protagonisti di un passaggio dall’eruzione alla rivoluzione. Non esiste un altro referente consolidato. Sapranno essere all’altezza? La tragedia siriana purtroppo ha detto no. Questa?

Fonte: Globalist

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