C’era un tempo in cui il Salone del Libro di Torino alzava gli argini di fronte alle provocazioni della destra radicale. Tutti ricordano la sollevazione di scrittori, editori e lettori che portò all’esclusione di Altaforte, la casa editrice vicina a CasaPound. C’erano i presidi, la dignità, il rifiuto netto. Oggi, su quegli stessi corridoi, è calata la cappa del silenzio. Una quiete distratta che sa di resa e che normalizza sotto traccia cataloghi che fino a ieri avrebbero fatto sussultare la coscienza democratica del Paese. Il caso attuale di Idrovolante Edizioni è l’emblema di questo slittamento. Parliamo di un editore di chiara area neofascista, già finito al centro di dure polemiche all’ultimo Più libri più liberi di Roma. Ma se a Roma si gridava ancora allo scandalo, oggi a Torino la sigla sfila tra gli stand nell’indifferenza generale, protetta dal solito pluralismo di facciata. Basta infatti spulciare i titoli per capire che la “libertà di espressione” qui non c’entra nulla. Questa è una sistematica operazione di riabilitazione storica e politica. Si va dalle agiografie di Corneliu Codreanu — il fascista rumeno della Guardia di Ferro presentato sui social come un “arcangelo trafitto” con tanto di appendici dell’estrema destra — fino al recupero di testi di Harukichi Shimoi, la “camicia nera” giapponese amica di Mussolini. Passando, per non farsi mancare nulla, dalle “controstorie” che giustificano il golpe di Franco in Spagna come una semplice “reazione al disordine”. Il vero nodo politico non è più solo la presenza di queste proposte, ma il silenzio che le circonda. Quella strana tolleranza burocratica per cui tutto viene equiparato e tutto diventa merce. Ma quando la memoria storica viene derubricata a nicchia di mercato e il revisionismo più spinto viene sdoganato senza reazioni, significa che la democrazia sta perdendo i suoi anticorpi. Vigilare sulle nostalgie autoritarie nello spazio pubblico non è censura. Significa esercitare il diritto al dissenso e alla memoria. La nostra Repubblica è antifascista, e questa storia non può essere barattata in nome del quieto vivere o della falsa neutralità culturale del Salone.
