Turchia, il processo a Osman Kavala

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Sono più di 700 giorni che il filantropo turco Osman Kavala è in carcere. Lo si accusa di colpo di stato e di aver finanziato le proteste di Gezi Park nel 2013. Senza portare però alcuna prova

Il 18 ottobre segna due anni dall’arresto dell’uomo d’affari e filantropo turco Osman Kavala. Kavala è il fondatore e presidente di Anadolu Kultur  , un’istituzione culturale fondata nel 2002 per promuovere la diversità e la democrazia attraverso lo scambio culturale e l’arte. Kavala è accusato, tra le varie cose, di aver tentato di rovesciare il governo legittimo e di aver finanziato le proteste pacifiche di Gezi Park nel 2013. La procura chiede l’ergastolo senza condizionale, la pena più severa prevista dalla legge turca. La prossima udienza sarà l’8 ottobre prossimo. Molti osservatori internazionali affermano che non è solo l’innocenza di Kavala a essere sotto processo, ma la credibilità stessa della Turchia.

L’accusa immaginaria

In vista del prossimo processo, in una conferenza stampa tenutasi il 30 settembre a Istanbul (un giorno prima del 700° giorno di Kavala nel carcere di massima sicurezza di Silivri), Murat Celikkan, codirettore di Hafiza Merkezi (Truth Justice Memory Center), ha dichiarato che le autorità stanno cercando di inviare un messaggio alla società civile turca e non solo. Celikkan ha ricordato che il presidente e il vicepresidente della Corte costituzionale hanno dichiarato, durante l’udienza del 22 maggio scorso, che nel fascicolo non c’erano prove convincenti del fatto che le proteste di Gezi fossero state effettivamente finanziate da Osman Kavala e che le proteste di Gezi avessero lo scopo di rovesciare il governo. Ma sono stati sostituiti tre volte: un evidente segno, secondo Celikkan, di influenza politica sul caso.

Integrando la dichiarazione di Celikkan, Emma Sinclair-Webb, senior researcher per la Turchia presso Human Rights Watch, ha affermato che l’accusa contiene “una serie di affermazioni e dichiarazioni” senza prove, “perché il procuratore non si sforza nemmeno di dimostrare come Osman Kavala abbia organizzato queste proteste [ …] Invece si tira in ballo una strana storia su Otpor e il manuale di Gene Sharp sulla disobbedienza civile”.

Tra le altre accuse, l’atto  lungo 657 pagine (e un allegato  di 8.763 pagine), include il trasporto non autorizzato di sostanze pericolose, danni a luoghi di culto e cimiteri, grave saccheggio, gravi danni fisici e danni alla proprietà. L’accusa sostiene che dietro alla cospirazione vi fosse anche il filantropo George Soros. In un’intervista a Open Democracy  , Kavala ha dichiarato di non essere sorpreso da questo collegamento, poiché Kavala è stato nel consiglio di amministrazione della Open Society Foundation (OSF), la rete di finanziamenti benefici fondata da George Soros.

Risposta internazionale

Il 18 luglio scorso, un tribunale turco ha deciso  di confermare per Kavala la detenzione preventiva. Commentando la decisione, Andrew Garnder di Amnesty International ha dichiarato  : “E una decisione scandalosa ma non sorprendente. Rivela, ancora una volta, il modo in cui il sistema giudiziario turco è diventato un’arma per colpire le attività legittime della società civile e imprigionare le persone senza uno straccio di prova”.

Barbel Kofler, Commissario del governo federale per la Politica dei diritti umani e l’assistenza umanitaria, ha affermato  che la decisione è un semplice “tentativo di far passare l’impegno civico come complotto straniero”.

Numerose organizzazioni per i diritti umani e la libertà di espressione hanno condannato la decisione giudiziaria in una dichiarazione congiunta. “Condividiamo l’opinione che il processo sia di per sé un atto di intimidazione, essendo stato avviato 6 anni dopo le proteste di Gezi del 2013. Siamo estremamente preoccupati che questo processo possa ancora una volta contribuire a creare un effetto dissuasivo sull’adempimento dei diritti alla libertà di riunione e di espressione e il diritto legittimo di protestare come sancito dalla Costituzione turca. Chiediamo una risposta concertata da parte dell’Unione europea e degli stati membri d’Europa per esercitare una pressione urgente, coerente e collettiva sul governo turco al fine di ripristinare lo stato di diritto e l’indipendenza della magistratura in Turchia”, si legge nella dichiarazione, sottoscritta anche da OBC Transeuropa.

Insieme a Kavala, altri 15 imputati sono sotto processo, compresi artisti e personaggi della società civile. Alcuni degli altri imputati sono stati assolti  in precedenza, ma poi nuovamente processati, il che è contro la legge turca, dicono gli esperti. Per non parlare dell’accusa stessa, descritta da Kavala, nella sua dichiarazione in tribunale  del 24 giugno, come “fiction fantastica”, che non contiene prove dei presunti crimini commessi da Kavala e dagli altri 15 accusati.

Commentando l’accusa, Hugh Williamson, direttore Europa e dell’Asia centrale presso Human Rights Watch, ha dichiarato  : “Un esame approfondito dell’accusa contro Osman Kavala e gli altri 15 rinforza le preoccupazioni che una campagna diffamatoria motivata politicamente sia avanzata dai massimi livelli del governo turco per avviare azioni penali”.

La politica della paura

Ciò che Kavala ha effettivamente fatto, e ovviamente non è citato nell’accusa, è costruire ponti e riunire comunità attraverso l’arte, il dialogo e lo scambio. “È un costruttore di ponti che ha un ruolo importante nel raggiungere diverse parti della società e del paese. Ha infranto i tabù”, ha dichiarato Emma Sinclair-Webb durante la conferenza stampa del 30 settembre. E Kavala ha lavorato con tutti, indipendentemente dal loro background politico, sociale ed economico. È stato un sostenitore delle riforme costituzionali e giudiziarie in Turchia, lavorando anche con il partito al potere.

Come ha affermato Murat Celikkan: “Arrestare o attaccare Kavala non è solo un atto contro la comunità dei diritti umani in Turchia. Kavala è un uomo d’affari, è ricco ed è uno che era ritenuto intoccabile. Le autorità stanno dimostrando di poter attaccare chiunque. È un buon bersaglio, se possono tenere in prigione lui, possono tenere in prigione chiunque in Turchia. È la politica della paura”.

Fonte: BalcaniCaucaso


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