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2194 giorni senza padre Paolo. Oggi più che mai abbiamo bisogno della sua voce

 

Ciao Sei anni fa, nella notte tra il 28 e il 29 luglio del 2013, si perdevano le tracce di padre Paolo Dall’Oglio, rapito a Raqqa, in Siria. Da 2194 giorni non si hanno più notizie del fondatore della comunità inter-religiosa di Deir Mar Musa al-Habashio, nel nord siriano, a circa 80 chilometri dalla capitale Damasco. Sei anni senza risposte, tra voci della sua morte, avvistamenti mai suffragati da riscontri e taglie promesse a chi dia informazioni sulla sua sorte e degli altri uomini di chiesa rapiti dal Califfato. Intanto il tempo passa e la mancanza di notizie favorisce il calare dell’oblio sul suo destino. Le informazioni che purtroppo appaiono più vicine alla realtà di ciò che possa essere accaduto sono quelle fornite da un ex miliziano dello Stato islamico che lo scorso anno ha raccontato che Abuna Paolo, così come amavano chiamarlo i siriani che lo avevano accolto e amato, era stato tenuto prigioniero dall’Isis poco distante dalla roccaforte del Califfato, torturato e assassinato alcuni giorni dopo il sequestro. Anche altre fonti hanno avvalorato questa tesi ma non è mai stata prodotta alcuna prova certa che sia andata davvero così.

Per chi lo ha conosciuto, come la sottoscritta, ogni anno che passa è una ferita che si riapre, che non potrà mai rimarginarsi del tutto. La sua potente voce del dialogo e il suo esempio mancano oggi più che mai.

Padre Paolo non era solo il ‘centro dell’universo’, come lo definivano i siriani, per la comunità di Mar Musa, istituita in un antico monastero da lui scoperto nel 1982 (quando era studente a Beirut) e divenuto il fulcro della sua azione di fede e pace tesa a istaurare un dialogo interreligioso tra islam e cristianesimo.

Azione che è proseguita anche quando, pochi mesi dopo l’inizio del conflitto in Siria, Abuna Paolo pubblicò un testo in cui auspicava una transizione pacifica del paese verso la democrazia.
Dichiarazioni che gli costarono un decreto di espulsione da parte del governo di Bashar al Assad nel 2012.

Nonostante il rischio che sapeva di correre tornando nel Paese, nel 2013 decise di rientrare in Siria, nella zona controllata dai ribelli. La sua intenzione era di cercare di riallacciare i rapporti tra i gruppi curdi e i jihadisti arabi per poter garantire l’avvio di un eventuale percorso di pacificazione. Col senno di poi, forse un obiettivo troppo ambizioso, alla luce delle feroci battaglie combattute a Kobane (Kurdistan siriano) tra queste stesse parti.

In questi sei anni la sua tanto amata Siria è stata quasi totalmente devastata dalla guerra. Suk e monumenti di storia millenaria, da Damasco ad Aleppo, sono ormai cumuli di macerie. L’Isis ha fatto scempio delle rovine di Palmira come di tanti altri siti archeologici. Milioni di siriani fuggono da un conflitto che ‘qualcuno’ sostiene sia finito, rischiando o perdendo la vita nel Mediterraneo o nei Balcani.

A soccombere in questa guerra anche le idee di padre Paolo sull’ecumenismo e il dialogo tra uomini e religioni diverse. Il Medio Oriente e l’Europa sono luoghi dove si preferisce alzare muri e chiudere confini. Il terrorismo di matrice islamica sta scavando un solco con l’occidente che sarà difficile colmare.

Oggi più che mai manca la voce potente di padre Paolo, il suo esempio, il suo essere costruttore di ponti.

Paolo è vivo nella mia mente e in quella di coloro che l’hanno conosciuto e che continuano a sperare in un suo ritorno.

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