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La campagna “Odiare ti costa” per fermare l’odio sui social

 

L’Italia sembra in preda ad una psicopatologia ogni giorno più grave segnata da una comunicazione sui social dove gli insulti, le calunnie, l’incitamento all’odio, le offese, diventano espressione del pensiero comune, condiviso e rilanciato ogni qual volta accadono fatti di cronaca nera come nel caso del carabiniere ucciso a Roma. Senza attendere nessun genere di riscontro si scatena una reazione violenta e denigratoria verso ipotetici colpevoli con l’aggravante della discriminazione razziale. Forme di violenza che sfociano in una sorta di lapidazione virtuale dove la pietà umana è scomparsa anche per chi ha perso la vita annegando nel mar Mediterraneo. Per contrastare questa degenerazione in cui versa un numero sempre più alto di italiani è nata la campagna “Odiare ti costa”, ideata dall’avvocato Cathy La Torre che lavora per lo studio legale WildSide Human First, al fine di fornire assistenza legale alle vittime dei cosiddetti “leoni da tastiera”, persone affette da una patologia la cui diffusione viene trasmessa, appunto, attraverso i social: il disturbo “narcisistico digitale” spinge a cercare visibilità per se stesso. Con il termine di narcisismo digitale si indica una sorta di strategia comunicativa 2.0 che si basa su un egocentrismo tale da essere patologico. L’ideatrice di “Odiare ti costa” scrive: «non vi consentiremo più di danneggiare impunemente gli altri col vostro odio. Di offendere, diffamare, calunniare, minacciare, impunemente.

I danni arrecati alle vittime di odio sui social vi costeranno e non una condanna penale di pochi mesi che vi appunterete al petto come una medaglia. No. Vi costeranno denaro, perché agiremo in sede civile. E sarà un giudice a stabilire con quanto denaro dovrete risarcire la vittima delle vostre azioni.  WildSide Human First e l’associazione Tlon che si occupa tra l’altro anche di parità di genere, hanno creato un gruppo di avvocati, filosofi, comunicatori, investigatori privati, informatici forensi che raccoglieranno le vostre segnalazioni  (indirizzo mail: odiareticosta@gmail.com). Vi orienteremo su quali strumenti di tutela ognuno di noi già possiede. Vi spiegheremo che il danno d’immagine e di reputazione che avete subito vi può essere economicamente risarcito». L’uso dei social in modo così violento non è un fenomeno da sottovalutare anche perché l’uso improprio e strumentale è diventato il principale mezzo di comunicazione di politici al governo e non, dove spesso la realtà viene mistificata a fini propagandistici e megafono per incitare reazioni scomposte al limite della decenza umana. Sembra ormai influenzare la psiche anche di chi dovrebbe possedere una capacità di discernimento tale da evitare commenti brutali come il caso dell’insegnante (e giornalista iscritta all’Ordine), responsabile di aver esultato per la morte del carabiniere a Roma scrivendo su un social: “uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza”.

Un commento poi rimosso e sostituito da una specie di auto confessione che rivela di non capire perché lo abbia fatto quasi a auto diagnosticare un’instabilità emotiva se non psicologica. È venuta a mancare quella solidarietà che accomunava gli italiani dopo le stragi terroristiche, la capacità collettiva nel reagire e dimostrare di possedere gli anticorpi necessari per non farsi sopraffare da una cultura della violenza. Oggi non è più così. In risposta a questa donna, il cui lavoro dovrebbe essere quello di difendere la civiltà dei valori, ha risposto con una lettera pubblicata sul Corriere.it, il Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Alassio, il maggiore Massimo Ferrari: «(…) Io non la giudico e non sono qui ad attaccarLa perché comunque, Lei starà facendo i conti con la sua coscienza in questo momento», consigliandole di scusarsi con la famiglia del carabinieri e con il Comandante generale dell’Arma. Ordine dei Giornalisti, Ministero dell’Istruzione, esponenti politici e ministri, il Sindacato Autonomo di Polizia, hanno subito dichiarato di avviare provvedimenti disciplinari fino al rischio di essere denunciata per vilipendio ed essere querelata.

Reazioni assolutamente condivisibili ma a fare un esame di coscienza dovrebbero essere anche chiamati quei giornalisti impazienti di dare la notizia dell’omicidio del sottufficiale dell’Arma, senza attendere i primi riscontri degli investigatori, indicando i colpevoli “nordafricani; nigeriani; magrebini”. Quotidiani on line, redazioni televisive nazionali, dichiarazioni di firme del giornalismo, hanno fatto a gara per commentare e condannare senza prove accertate.  Esempio di come un certo giornalismo italiano sia allineato a quel degrado sui social da cui tutti dovremmo distanziarci e mostrare, specie in questo caso, una professionalità indenne da ogni forma di sensazionalismo i cui risultati poi si propagano anche in chi scrive sui social.

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