Giornalismo sotto attacco in Italia

Libertà di stampa? Quanta ipocrisia nell’ossequiare i potenti…

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Celebriamo oggi la Giornata internazionale della Libertà di stampa. Ma cosa c’è da celebrare? L’ipocrisia, probabilmente. 

Restiamo nel nostro Paese, abbiamo avuto 30 giornalisti uccisi, per la quasi totalità manca la piena verità. 

Proviamo a vedere le loro storie:   

Cosimo Cristina: ucciso nel 1960, non ha verità e giustizia, definito sin da subito come “suicidio”, ennesimo depistaggio; 

Mauro De Mauro: ucciso nel 1970, mai ritrovato il corpo. Non ha verità e giustizia, indagava su mafia e “affari” come la morte di Enrico Mattei ed il golpe Borghese; 

Giovanni Spampinato: ucciso nel 1972, a soli 25 anni nella mia provincia di Ragusa. Condannato il figlio dell’allora presidente del Tribunale di Ragusa. Ancora oggi non c’è piena verità sul suo omicidio, rimangono le sue inchieste sull’estrema destra e la mafia; 

Carlo Casalegno: ucciso nel 1977 dalle Brigate Rosse, verità processuale; 

Peppino Impastato: ucciso nel 1978, la notte del ritrovamento del corpo di Aldo Moro. Ancora oggi non c’è piena verità sul suo omicidio, e quella che abbiamo la dobbiamo alla madre, Felicia Impastato, al fratello Giovanni ed alla nipote Luisa. Quella che abbiamo, appunto: come ad esempio il depistaggio messo in atto da alcuni ufficiali dei carabinieri (su tutti il generale Subranni, prescritto!). Una vergogna. 

Mario Francese: ucciso nel 1979, condannati i vertici della cupola di cosa nostra; a fare luce contribuì con la sua vita innanzitutto il figlio Giuseppe che si suicidò non reggendo alla sofferenza dopo la condanna; ancora oggi permangono diversi punti oscuri sui mandanti. 

Walter Tobagi: ucciso nel 1980, ancora oggi mille misteri sul suo omicidio; 

Graziella De Palo e Italo Toni: scomparsi a Beirut nel 1980, mai ritrovati, nessuna verità sulla loro fine drammatica; 

Pippo Fava: ucciso nel 1984, denunciò con la sua straordinaria penna gli affari tra la mafia, la politica e l’imprenditoria (i “cavalieri”) nella sua Catania ed in Sicilia. Condannati nella mafia siciliana (Santapaola e Ercolano) ma con grandi responsabilità della politica locale, ed una piena verità che ancora oggi manca; 

Giancarlo Siani: ucciso nel 1985, verità processuale ottenuta con le condanne tra esecutori e mandanti del clan Nuvoletta; 

Almerigo Grilz: ucciso nel 1987 in Mozambico, nessuna condanna; 

Mauro Rostagno: ucciso nel 1988, manca piena verità processuale e storica; indagava su interessi tra mafia, politica e massoneria. 

Beppe Alfano: ucciso nel 1993, ci sono brandelli di verità processuale, una verità storica chiarissima, ancora oggi infinità ipocrisia su chi lo ha “tradito” tra magistrati e forze dell’ordine; 

Guido Puletti: ucciso nel 1993 in Bosnia, non si conoscono gli esecutori; 

Marco Luchetta, Alessandro Saša Ota e Dario D’Angelo: ucciso nel 1994 a Mostar (Bosnia), inchiesta archiviata; 

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin: uccisi nel 1994 a Mogadiscio (Somalia), tra testimoni falsi e depistaggi, nessuna condanna;

Marcello Palmisano:  ucciso nel 1995 a Mogadiscio (Somalia), nessuna condanna; 

Gabriel Gruner: ucciso nel 1999 in Kosovo, nessuna condanna; 

Antonio Russo: ucciso nel 2000 in Georgia, aveva raccolto prove dell’utilizzo di armi illegali contro i bambini ceceni, con pesanti accuse di responsabilità del governo di Putin. Nessuna condanna; 

Maria Grazia Cutuli: uccisa in Afghanistan nel 2001, aveva scoperto un deposito di gas nervino in una base talebana abbandonata. Condannati gli esecutori; 

Raffaele Ciriello: ucciso nel 2002 a Ramallah da una raffica di proiettili sparata da un carro armato israeliano. Nonostante testimonianze dirette indichino l’esercito israeliano, l’inchiesta ufficiale israeliana ha negato la responsabilità dei propri soldati. Nessuna condanna; 

Enzo Baldoni: rapito e ucciso in Iraq il 26 agosto 2004 da un gruppo fondamentalista  legato ad Al Qaeda. I resti del cadavere vengono riportati in Italia solo nell’aprile 2010, a quasi sei anni dal suo omicidio. Nessuna condanna; 

Fabio Polenghi: ucciso a Bangkok nel 2010, nessuna condanna; 

Vittorio Arrigoni: rapito e ucciso a Gaza nel 2011, condannati a Gaza, ma verità non chiara; 

Simone Camilli: ucciso nel 2014 a Gaza, nessuna condanna; 

Andrea (Andy) Rocchelli: ucciso nel 2014 nel Donbass, nessuna condanna; 

E’ molto facile celebrare una giornata in loro ricordo battendoci il petto, molto più complesso e difficile impegnarsi realmente per dare loro (almeno) piena verità. 

Ed invece è proprio questo che dobbiamo a questi giornalisti ed alle loro famiglie, uno scatto d’orgoglio, un salto in avanti, cercando di contribuire alla raccolta di informazioni spesso difficili da ammettere. 

Ricordiamoci che l’Articolo 21 della Costituzione è innanzitutto l’articolo dedicato alle cittadine e ai cittadini, non (solo) quello dei giornalisti. In un Paese, il nostro, dove la politica – da sempre – controlla la Rai, televisione pubblica, i giornalisti continuano ad essere minacciati, le querele temerarie sono in aumento (e da anni nessun governo è intervenuto per porre freno, così come le diverse maggioranze parlamentari non hanno mai approvato norme significative) ed il Media Freedom Act non è stato recepito. A ciò si aggiunge la posizione nella classifica di Reporter appena stilata: 56simi, sette posizioni perse rispetto allo scorso anno (quando già non brillava il nostro 49simo posto!). 

Ha ragione, come spesso accade, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che due anni fa ci ammonì, spiegando che ”la libertà di stampa, insieme alla libertà di essere informati, è il termometro della salute democratica di un Paese”.

Cosa vogliamo celebrare, quindi? L’ipocrisia di chi vuole continuare a far finta che tutto vada bene? 

No, non va affatto bene. Giusto celebrare le colleghe e i colleghi che non ci sono più, ma ancora più importante sarebbe battersi per le verità che mancano. La loro memoria si onora così. Ed anche la libertà d’informazione. 


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