C’è un filo sottile e tenacissimo che attraversa i secoli e lega il Settecento siciliano ai giorni nostri: il filo della manipolazione dell’informazione, dello strumento del potere che piega la verità ai propri fini.
A tenderlo con mano sapiente è Maria Attanasio, poetessa e scrittrice di Caltagirone, una delle voci più originali della letteratura italiana contemporanea, candidata al Premio Strega 2026 con il romanzo “La Rosa Inversa”, edito da Sellerio.
A proporre la candidatura è Ottavia Piccolo, nota attrice e portavoce di Articolo 21 Venezia, che nella sua motivazione descrive un libro dove «nulla è classico» e che «parte dalla Sicilia e dall’Italia del Settecento e si proietta verso e oltre di noi, di nuovo stretti tra potenti e aggressivi despoti, di nuovo immersi nel vortice di un mondo che sull’orlo del cambiamento alterna speranza e disperazione, coraggio e depravazione». Parole che suonano come un manifesto, non come una motivazione letteraria. E non è un caso.
Il romanzo nasce da una storia vera o meglio, da una storia che sembrava vera. Nelle sue ricerche negli archivi di Caltagirone e di Napoli, Attanasio si imbatte in un documento anonimo del 1790: un gentiluomo che torna a casa, non trova la sua amante, gli dicono che un predicatore domenicano l’ha convinta ad entrare in convento. L’uomo prende l’archibugio e va a uccidere il predicatore durante le funzioni del Venerdì Santo. Una storia precisa nel luogo, nel tempo, nell’evento ma senza nomi, senza autore, e alla fine risultata completamente inventata.
Una fake news settecentesca, costruita a tavolino.
Abbiamo incontrato Maria Attanasio a Latina, nella rassegna Lievito, durante la tappa dello Strega Tour della dozzina candidata al premio.
«Era una manipolazione dell’informazione di allora» spiega l’autrice «perché lo spavento era la Rivoluzione Francese, che era successa da un anno e mezzo.» Il potere aveva paura. E come sempre, quando ha paura, controlla la narrazione.
È qui che La Rosa Inversa smette di essere un romanzo storico e diventa uno specchio. Attanasio lo dice con chiarezza: un romanzo storico, «se veramente storico deve essere metaforico della propria vita, sennò non vale niente». E la metafora è bruciante.
I gesuiti prima usati dal potere e poi perseguitati come «internazionale sovversiva». La massoneria definita setta eversiva quando tornava comodo e strumento di governo quando serviva.
La Chiesa come braccio armato del controllo dell’informazione. «Il potere usa tutto, c’è niente da fare» conclude Attanasio, con quella lucidità disincantata che è la sua cifra più riconoscibile.
Indicata da Goffredo Fofi come il vero «erede di Sciascia», Attanasio parte sempre da indizi minimi, vaghe sinopie trovate in archivi e biblioteche, da dettagli storicamente accaduti a Caltagirone, spesso solo labilmente accennati in antichi testi e cronache, e rende loro una vita possibile. Ma il suo metodo non è nostalgia né archeologia letteraria: è diagnosi. Con una forte connotazione civile e utopica e un organico radicamento nella grande tradizione letteraria siciliana, la «biscrittora», come lei stessa si definisce ironicamente, alternando poesia e prosa, usa il passato come lente d’ingrandimento sul presente.
E il presente, in questo romanzo, è inequivocabile. «Si vuole riscrivere la storia, quindi si vuole abolire la libertà di informazione»
Potrebbe essere un titolo di giornale di oggi. Invece parla del 1790. Il che è, probabilmente, il punto.
Per Articolo 21, associazione nata proprio per difendere la libertà di stampa sancita dall’articolo 21 della Costituzione, la candidatura di questo libro al massimo premio letterario italiano porta con sé un significato che va oltre la qualità narrativa anche pure è altissima. Significa che la letteratura, quando è autentica, non può prescindere dall’impegno. Come dice la stessa Attanasio: «La letteratura, se è veramente tale, deve essere esperienza di verità e parola di libertà.»
Una frase che varrebbe la pena affiggere in ogni redazione. E che, nel caso di La Rosa Inversa, non è una dichiarazione di principio: è la spina dorsale di un romanzo che, partendo dalla Sicilia del Settecento, arriva dritto al cuore del nostro tempo inquieto.
(foto Umbi Meschini per Lievito)
