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Giornate per Ahed. La solidarietà degli attivisti in tutto il mondo

 

Gli attivisti stanno manifestando ovunque nel mondo in solidarietà con Ahed in carcere. Più di 40 organizzazioni hanno manifestato presso la stazione di Penn a New York  martedì 30 gennaio per chiedere la liberazione di Ahed Tamimi, la ragazza palestinese incarcerata dai militari israeliani, dopo che le forze di sicurezza avevano  fatto irruzione nella sua casa nel villaggio di Nabil Saleh la notte del 19 dicembre 2017.

Quella manifestazione è stata una delle tante che si sono svolte nel mondo il 31 gennaio per celebrare il 17° compleanno di Ahed, giorno che coincideva con la data in cui era stata fissata l’udienza davanti al tribunale militare. Il processo è stato però posticipato al 6 gennaio in contemporanea con quello contro la madre Nariman.

Secondo Samidoun, network di solidarietà verso i prigionieri palestinesi che ha incoraggiato l’organizzazione dei giorni di mobilitazione per la liberazione di Ahed e di tutti i prigionieri palestinesi, vi sono state nel mondo 70 iniziative- dimostrazioni, presidi, saluti augurali per il compleanno- che partite il 26 gennaio si sono poi intensificate il 30 e 31. Manifestazioni sono state programmate anche in febbraio poiché non si può lasciar cadere la pressione su Israele e sulla comunità internazionale. Joe Catron, coordinatore di Samidoun negli USA, ha fatto notare che la carcerazione di Ahed da parte delle forze di occupazione israeliane ha acceso una forte campagna globale e rafforzato il movimento per la liberazione della Palestina.

Paragonata a una Giovanna D’Arco palestinese e vista da alcuni come una figura ispiratrice non dissimile da Nobel per la pace Malal Yousafzai, Ahed si presenta come una persona vincente, in grado di sfidare l’insieme dei valori fondamentali disumanizzanti di una società coloniale che opprime lei, la sua famiglia, il suo villaggio, il suo popolo. Ponendosi oltre gli stereotipi israeliani con cui sono visti i palestinesi, ha colpito gli occupanti dove fa loro male.

La sua esile, minuta, ma determinata figura che schiaffeggia un soldato completamente armato, che non reagisce, ha dato rappresentazione a ciò che gli israeliani hanno interpretato come un segnale di debolezza  del proprio esercito, essendo quella israeliana, una società molto militarizzata e che dispiega con orgoglio la forza “ maschile” . Allo stesso tempo, ha attirato l’attenzione sulla situazione degli oltre 300 minori palestinesi attualmente detenuti nelle prigioni israeliane, sul trattamento brutale cui sono sottoposti da parte dei  soldati israeliani e delle autorità, come pure le inaccettabili conseguenze penali per i bambini palestinesi accusati da Israele di lanciare pietre.

Come il pluripremiato scrittore e giornalista britannico Jonathan Cook ha sottolineato (http://bit.ly/2nwX8wp), il tipo di resistenza popolare non violenta che viene portata avanti da Ahed e dal suo villaggio di Nabi Saleh incita al coraggio e all’antagonismo che lei ha ormai pubblicamente mostrato e che: ” Più di ogni altra cosa deve diventare lo specchio dentro il quale l’oppressore trova la sua immagine. Questa è una lezione degna di Gandhi o Mandela”.

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