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Sierra Leone. l’ennesima tragedia (prevedibile ed evitabile) della povertà

 

Il bilancio diffuso dalle autorità supera le mille vittime (tra cui centinaia di bambini) ma mancano ancora all’appello più di 300 dispersi, senza contare i tanti privi di documenti che non saranno conteggiati. Una pioggia incessante ha martellato per giorni la Sierra Leone, uno dei paesi più indigenti del mondo dove il 60% della popolazione vive sotto il livello di povertà. Nella notte tra il 13 ed il 14 agosto, la gente è stata colta nel sonno dalla frana che ha causato lo smottamento di un fianco della collina di Pan di Zucchero, alle porte della capitale Freetown, perché l’acqua ha eroso il terreno. Una valanga mortale di  fango e detriti (profonda diversi metri) ha travolto il quartiere di Regent che si trovava a valle. Il fiume di morte ha letteralmente cancellato tutto ciò che incontrava lungo il suo corso. Le case e gli edifici costruiti sulla collina erano abusivi, privi di sistemi di drenaggio, fogne, condutture idriche e di fondamenta adeguate.

Nessun sondaggio effettuato da tecnici per accertare la capacità del sottosuolo di resistere alle violente e persistenti stagioni delle piogge che ciclicamente investono il paese. Ovviamente la collina di Pan di Zucchero (nome scelto per rendere più dolce un luogo in realtà infernale) era abitata dai più poveri che non potevano permettersi abitazioni migliori, privi di alternative. E’ insomma l’ennesima tragedia (prevedibile ed evitabile) della povertà. La Sierra Leone è stata devastata per 11 anni (dal 1991 al 2002) da una feroce guerra civile che l’ha messa in ginocchio. La larga maggioranza della popolazione sopravvive con 2 euro al giorno mentre il 52% è analfabeta. Si convive da decenni con l’emergenza Aids che miete 2.500 vittime all’anno. Senza dimenticare che il virus Ebola esploso nel 2014 qui ha ucciso 3.500 persone. Emergenza sanitaria ininterrotta e indigenza diffusa fa della Sierra Leone una delle nazioni al mondo dove l’aspettativa di vita si attesta intorno ai 58 anni. E pensare che in Europa si veleggia ormai verso gli 80.

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