Giornalismo sotto attacco in Italia

Barcolla la giunta militare al potere in Mali

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Barcolla pericolosamente la giunta militare al potere in Mali da sei anni dopo la furiosa spallata dei jihadisti del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) e dei ribelli indipendentisti tuareg del Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla). Segna inoltre il ribaltamento politico del tavolo approntato meticolosamente dal generale Assimi Goita (alla guida dell’esecutivo) che vede così compromessa la credibilità dell’esercito governativo: il “pronunciamento” golpista fu infatti giustificato nel 2020 dalla necessità di avviare una efficace azione di contrasto del terrorismo islamista, contro cui si era infranto perfino il massiccio intervento militare di Parigi.

Da evidenziare inoltre il fallimentare supporto degli Africa Corps (ex compagnia Wagner), oggi sotto il diretto controllo del ministero della Difesa di Mosca. I 2.500 contractors russi hanno abbandonato precipitosamente la città di Kidal (nel nord del Mali), costretti alla fuga dall’assedio dei ribelli tuareg, comunità nomadi berbere che vivono nell’area. Non hanno esploso un colpo nel momento di peggiore crisi del regime di Bamako, dimostrandosi inadeguati nel garantire quella sicurezza armata di cui facevano vanto. Mosca è concentrata sul fronte ucraino e quindi i mercenari più efficienti sono impegnati lì. Una delusione per i golpisti maliani che nel 2022 avevano accompagnato alla porta senza tanti complimenti gli ex colonialisti francesi, stendendo invece tappeti rossi agli Africa Corps, accolti addirittura come liberatori da piazze festanti di cittadini che inneggiavano alla fratellanza con Putin. Per i russi questa fuga dal Mali è un pugno in faccia che ne decreta la fragilità sugli scenari internazionali. L’International Crisis Group (un autorevole think-thank indipendente) si interroga: “I russi devono assicurarsi che la situazione sia sotto controllo se vogliono continuare a fare affari in Africa. Se non sono in grado di aiutare i maliani a riprendere l’iniziativa, chi altri stipulerà contratti con loro?”.

Il potere concentrato nelle mani dei militari, lo scioglimento dei partiti, le elezioni sempre rimandate hanno aperto una frattura con il paese reale che continua a fronteggiare la pressante minaccia dello Jnim, la più importante costola di Al Qaeda più in tutta la regione del Sahel. L’ampia offensiva militare lanciata in tutto il paese a partire dal 25 aprile segna non solo un salto di qualità sul campo ma anche il tentativo del gruppo islamista di accreditarsi come forza di governo, sull’analoga scia di quanto avvenuto in Siria con il gruppo legato ad Al Qaeda, oggi al potere grazie anche “all’operazione simpatia” avviata nei confronti dei cittadini e della diplomazia internazionale che li mostra come “talebani dal volto umano”. Insomma, l’obiettivo finale è sostituire lo stato maliano con un califfato ma la consapevolezza dell’accidentato cammino apre anche ad altri scenari. L’alternativa più praticabile è continuare a tenere il paese sotto scacco, favorendo ulteriori colpi di stato (alla stregua di regolamenti di conti tra militari), concentrandosi nel controllo delle aree centrali e centro-settentrionali ed evitando di occupare la regione meridionale dove si addensano aree urbane molto popolate e con forti diversità che ne rendono difficile la vigilanza globale.

I “toni morbidi” sono anche leggibili nella alleanza tattica con i tuareg che puntano alla indipendenza del nord dove sono radicati. I rapporti tra jihadisti e nomadi berberi sono stati ferocemente altalenanti, con improvvisi capovolgimenti di fronte e sanguinose contrapposizioni. La giunta militare del generale Goita ha cancellato gli accordi di Algeri del 2015 che contemplavano la fine della ribellione tuareg a cui non è rimasta altra scelta che imbracciare di nuovo le armi cercando disperatamente alleati.

L’ offensiva di jihadisti e tuareg ha infine mandato in frantumi il patto di difesa militare dell’ Aes (Alleanza degli Stati del Sahel), sottoscritto nel 2023 da Mali, Niger e Burkina Faso per fronteggiare proprio la crisi del Niger, minacciato di invasione dalla Ecowas, la comunità dell’Africa occidentale, contraria al colpo di stato che aveva disarcionato il governo civile. L’accordo (che prevedeva anche una moneta comune tra le 3 nazioni, libera circolazione di cittadini e merci) contempla l’istituzione di una forza comune di 15 mila soldati pronti ad intervenire in caso di aggressione o crisi interna di uno dei paesi membri. Ma nessuno si è mosso per salvare il generale Goita. Al di là delle buone intenzioni, l’Aes non è in grado di fronteggiare minacce. Lo avrebbe dovuto fare da subito per fermare i jihadisti. Il Sahel è un cristallo spezzato. La sua drammatica instabilità non minaccia solo l’Africa.

 

Fonte CONFRONTI n. 6 giugno 2026


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