Giornalismo sotto attacco in Italia

Leone sulle orme di Francesco

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Era l’8 luglio 2013 quando Francesco, il primo papa a portare il nome del poverello di Assisi, si recò a Lampedusa per chiedere scusa ai migranti vittime delle tragedie del mare. Disse “O’ Scià” e gettò in mare una corona di fiori, denunciò la globalizzazione dell’indifferenza, la cultura dello scarto e la chiusura gretta di un Occidente che già allora si voltava dall’altra parte di fronte alle bare e al dolore degli ultimi della Terra. Tre mesi dopo, il 3 ottobre 2013, il naufragio di un barcone di fronte alle coste lampedusane avrebbe causato trecentosessantotto morti: una strage davanti ai nostri occhi distratti, mentre le cronache di tutti i giornali si concentravano sulla fiducia ottenuta il giorno prima dal governo Letta nonostante il tentativo di farlo cadere ad opera di Berlusconi. Come sempre, ci guardavamo l’ombelico mentre il mondo ci entrava in casa, facendoci intendere, con una certa brutalità, di non star vivendo un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca.
Trump, allora, era ancora solo un magnate dei media e delle costruzioni: già particolarmente dannoso, già intento a demonizzare Obama, mettendone in discussione addirittura l’appartenenza agli Stati Uniti, dunque la legittimità della sua elezione, gia allora deleterio per un tessuto socio-economico che mostrava palesi segni di sfilacciamento, ma non ancora divenuto l’inquilino più inquietante che sia mai entrato alla Casa Bianca. Eppure ce ne saremmo dovuti accorgere, l’avremmo dovuto capire, se solo avessimo avuto la lungimiranza di scorgere l’orizzonte, di ascoltare davvero le parole e il grido di papa Francesco, se solo avessimo compreso il significato autentico di quella visita, l’esposizione di quella croce costruita con il legno delle barche affondate, la predicazione di un uomo anziano e ricco di umanità che era venuto dalla fine del mondo a ricordarci quale prezzo stessero pagando i poveri a un modello di sviluppo insostenibile.
A breve saranno venticinque anni dal G8 di Genova, e qui vogliamo concentrarci non sulla violenza e sull’orrore ma sul ricordo di ciò che esclamò don Luigi Ciotti sotto i tendoni dello stadio Carlini: “Cacciamo i mercanti dal tempio!”. Vogliamo ricordare ciò che dissero in quei giorni anche altri preti di strada, come don Andrea Gallo, padre Alex Zanotelli, don Vitaliano Della Sala e via elencando, di cui Francesco, durante tutto il suo pontificato, ha costituito la sintesi perfetta.
Ora il testimone è passato nelle mani di Robert Francis Prevost, un mite agostiniano nato a Chicago e vissuto per una ventina d’anni in Perù, la cui prima enciclica, “Magnifica humanitas”, non solo riprende e fa suo il magistero del predecessore ma si spinge, se possibile, ancora più in là, in nome di quel Dio d’Avvento e di quella sinodalità che sono diventati la cifra esistenziale di una Chiesa che accoglie e si fa carico degli ultimi, recandosi di persona a vedere e a illuminare a giorno le periferie dell’umanità. Tutto questo mentre Trump, oggi purtroppo presidente degli Stati Uniti, per giunta per la seconda volta, celebra in maniera retorica ed estremamente divisiva i duecentocinquant’anni di un’America in guerra con se stessa, divenuta nemica della sua storia e delle sue stesse tradizioni, a cominciare dall’accoglienza nei confronti dei migranti. Un Paese scoperto da un italiano, popolato da olandesi, irlandesi, inglesi, spagnoli e anche da non pochi schiavi provenienti dall’Africa, dalla quale vennero rapiti dai trafficanti di carne umana dell’epoca e condotti in catene nel nuovo mondo per lavorare nelle piantagioni di cotone, un Paese così si è dunque trasformato in una trincea.

È inutile ricordare a un personaggio come Trump che la stessa Casa Bianca è stata costruita da schiavi, è inutile ricordargli una figura come quella di Abraham Lincoln, è inutile ricordargli il reverendo Martin Luther King, è tutto inutile perché il soggetto in questione non sa andare al di là di sé stesso, del suo ego e dei suoi affari miliardari. Ha sempre vissuto così e non cambierà certo idea ora che è all’apice della propria gloria personale, incurante del fatto che essa coincida con la massima decadenza della Nazione che dovrebbe rappresentare e di cui sostiene di voler rinverdire la grandezza.
La notizia, pertanto, è  un’altra: lo iato fra la predicazione di Leone e il vuoto cosmico di tutti i trumpismi, compreso quello servile di casa nostra, nel giorno in cui assistiamo al falò delle vanità e all’orgia del potere dei tecno-oligarchi contemporanei. Loro si auto-esaltano a Washington, Leone si reca a Lampedusa sulle orme di papa Francesco: basterebbe questo per ridefinire il conflitto globale in atto e dargli nuovi confini e una nuova dignità.
Tredici anni fa, Beppe Giulietti paragonò papa Francesco a Bernardo di Chiaravalle, ricordando le sue prese di posizione contro l’eccessivo accumulo di ricchezza, la corruzione e altri mali che infestano il pianeta. Due anni dopo, Bergoglio avrebbe redatto la “Laudato si'”, l’enciclica ambientale le cui intuizioni hanno innervato gli Accordi di Parigi e ispirato gli obiettivi dell’ONU in vista del 2030. Oggi, con Trump alla Casa Bianca, le cerimonie funebri in ricordo di Ali Khamenei a Teheran, il putinismo arrembante e la ferocia di Netanyahu giunta, si spera, al culmine, quelle pagine profetiche sembrano ingiallite, come se appartenessero a un tempo lontano e irripetibile. Invece, osservando Leone XIV con le onde del mare riprodotte sull’abito talare e ascoltando la sua predicazione all’insegna della gentilezza, mentre infuriano le guerre e il futuro ci appare sempre più cupo, ci rendiamo conto che non tutto sia perduto. Anche in quest’epoca buia, c’è un’umanità che con passione resiste.

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