Giornalismo sotto attacco in Italia

Palermo, lo striscione dei giovani meloniani e la paura della verità

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Palermo, 3 luglio. Davanti al murale dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino va in scena l’ennesimo oltraggio. Un gruppo di militanti di Gioventù Nazionale in posa con uno striscione che più di ogni altra cosa mostra il vero volto di questa destra: “La pista nera è un DEPISTAGGIO ROSSO”.
A prima vista sembra la solita messinscena: i ragazzi dell’ala giovanile di Fratelli d’Italia mandati avanti a fare la faccia truce, mentre a Villa Taverna gli “Avengers” del partito sono impegnati a ricucire con Trump tra un hamburger e l’altro. Ma a Palermo, dietro quei ragazzi, c’era una regia. A fare da sponda politica al blitz di FdI c’è un nome pesante: il senatore meloniano Raoul Russo. È la sua presenza che toglie ogni alibi e trasforma la “provocazione” di piazza in un preciso e calcolato killeraggio politico.
Non ci vuole, infatti, un genio per capire che definire le indagini sulle complicità eversive nelle stragi del 1992 un “depistaggio rosso” è un attacco frontale, violentissimo e sfrontato contro quei magistrati che tentano faticosamente da decenni di scoperchiare il calderone dei mandanti esterni delle stragi. È il vecchio, logoro teorema della magistratura “rossa” (Berlusconi docet) riesumato per trasformare i processi in complotti ideologici. Un ribaltamento della realtà che si trasforma immediatamente in un boomerang colossale quando, intervistato a margine del blitz, il responsabile locale di Gioventù Nazionale sente l’esigenza di dichiararsi “lontano anni luce da Stefano Delle Chiaie”. Una retorica che crolla davanti a una domanda semplice: se siete davvero così lontani da quel mondo, perché scendete in piazza a contestare i giudici che su quel mondo stanno indagando?

Perché la “pista nera” non è certo un’invenzione dei giornali o della sinistra, ma l’eredità diretta degli stessi giudici uccisi. Giovanni Falcone, nei suoi faldoni sull’omicidio di Piersanti Mattarella, cercava i killer dei NAR e i legami con l’Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie. Parliamo di un leader eversivo cresciuto politicamente nel Fuan e nel Movimento Sociale Italiano prima delle scissioni extraparlamentari, lo stesso MSI di cui Fratelli d’Italia rivendica tuttora la continuità mantenendo la fiamma nel simbolo. E Delle Chiaie in Sicilia c’era fisicamente: le indagini lo collocano sull’isola in snodi temporali cruciali che hanno preceduto e costeggiato la stagione del terrore. Paolo Borsellino, nei suoi ultimi cinquantasette giorni di vita, cercava esattamente quella regia occulta posizionata oltre i confini di Cosa Nostra.
Un riflesso condizionato dunque. Impossibile non pensare a quella vecchia foto d’archivio in cui una giovane Giorgia Meloni sfilava a Palermo sorreggendo lo striscione “Spazziamo via la mafia dell’antimafia”. Stesso teorema, stessi slogan utilizzati dalla destra per delegittimare la magistratura.
Oggi questo scontro si è spostato dentro il Tribunale di Caltanissetta. I pubblici ministeri guidati da Salvatore De Luca hanno provato per due volte a seppellire l’indagine su Delle Chiaie e sui neofascisti nel ’92. Ma una giudice con la schiena dritta, Graziella Luparello, si è opposta al colpo di spugna ordinando nuove indagini su trentadue punti stringenti. E la Corte di Cassazione le ha dato ragione, respingendo il ricorso dei pm e stabilendo che c’è l’obbligo legale per lo Stato di continuare a cercare la verità sui mandanti esterni.
Non potendo fermare quindi i giudici con il codice penale, la destra ha attivato la sponda politica più alta. Arriva direttamente dalla Commissione Antimafia guidata da Chiara Colosimo: una nomina contestata fin dal primo giorno dall’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna per via delle foto pubbliche che la ritraevano con l’ex NAR Luigi Ciavardini. È in quella sede che si è consumato lo strappo istituzionale, richiamando in audizione i magistrati di Caltanissetta. Davanti ai parlamentari, il procuratore Salvatore De Luca ha pronunciato la sua sentenza sulla pista nera, offrendo alla destra la clava che cercava: “Vale zero”.
Vedere la Commissione valorizzare la linea della Procura per isolare il filone eversivo, blindando la tesi di “Mafia e Appalti” come l’unico movente di Via d’Amelio proprio mentre i giovani del partito vengono intruppati in strada dai colonnelli, è la prova provata del grave tentativo di ingerenza politica sulla magistratura.
Un arroccamento che tradisce la paura di veder crollare il mito dell’antimafia di destra costruito attorno alla figura di Borsellino, qualora emergessero le saldature storiche tra il neofascismo e i carnefici di Cosa Nostra. Un corto circuito che rischia di lasciare esposti all’isolamento i magistrati e i giornalisti che rifiutano di allinearsi alla destra.
Una storia che abbiamo già visto finire male.

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