L’appuntamento di questo mese per la rubrica “Dalla parte di Lei” è dedicato a Lina Merlin, una delle 21 madri della Costituzione, eletta il 2 giugno 1946 nell’Assemblea Costituente (21 donne su 556 componenti). È stata designata, assieme ad altre quattro donne, Nilde Iotti, Maria Agamben Federici, Angela Gotelli, Teresa Noce, nella Commissione dei 75 deputati a cui venne affidata la scrittura della Costituzione.
Eccezionalmente la nostra rubrica avrà un appuntamento anche per il primo lunedì del mese di giugno che cade alla vigilia dell’anniversario della Repubblica. Vogliamo sottolineare che il 2 giugno 1946 le donne votarono per la prima volta, e votarono in massa perchè pensavano: finalmente! (” C’è ancora domani”, il bel film di Paola Cortellesi).
Elisa Signori traccia di Merlin un profilo intenso, con levità.
Scriverà: “26 agosto1948” la prima bomba che scoppia in Parlamento, lanciata da mani femminili, è il progetto di legge della senatrice Lina Merlin per l’abolizione delle case di tolleranza”.
Racconta con esemplare chiarezza il significato di questa proposta che interpellava cultura relazioni tra donne e uomini ma anche interessi concreti, resistenze culturali e ideologiche che hanno lasciato tracce consistenti rallentando la messa in discussione del “patriarcato” che ancora non è superato.
Una proposta la sua che voleva evitare la schiavitù e lo sfruttamento delle donne.
Fa emergere una donna, negli anni in cui è vissuta, davvero sorprendente per scelte che non sempre appaiono a noi oggi coerenti. Si schierò per il NO all’abolizione della legge sul divorzio.
Ma la sua storia lucente risente ovviamente del periodo in cui ha vissuto: è stata una “maestra”.
MGG
Lina Merlin nella storia del ‘900

Il 20 febbraio del 1958 un giovane Ugo Zatterin, speaker del telegiornale, si esibì in un esilarante esercizio di virtuosismo linguistico[i]: riuscì a dare notizia della fine in Italia della prostituzione legalizzata dallo Stato senza mai pronunciare le parole tabù ossia appunto prostituzione, meretricio, case chiuse, case di tolleranza, bordelli, postriboli, lupanari e tutte le altre voci del lessico popolare e letterario in uso per designare i luoghi specifici e l’esercizio del sesso a pagamento.
Con un vero slalom tra le pagine del dizionario Zatterin trasmise l’informazione in modo impenetrabile ai più, dando un solo indizio per capire a cosa si riferisse. L’indizio era il nome della senatrice Angelina Merlin, detta Lina, alla cui tenacia si doveva l’approvazione della legge n.75. Passata alla Camera con 385 sì e 15 no, la legge, aveva avuto un iter straordinariamente lungo e accidentato, quasi dieci anni di discussioni, affossamenti, stallo parlamentare e fuoco amico.
«6 agosto1948: la prima bomba che scoppia in Parlamento, lanciata da mani femminili, è il progetto di legge della senatrice Lina Merlin per l’abolizione delle case di tolleranza. Esso colpisce non solo la chiusa cittadella degli egoismi e degli appetiti maschili, ma enormi interessi finanziari di tenutari, di lenoni, di medici poco onesti. Per la polizia è addirittura un affronto personale»[ii]. Così Anna Garofalo riepiloga l’effetto shock del progetto Merlin, che mirava non tanto ad abolire la prostituzione in sé, ma a togliere il suggello che lo Stato le conferiva, col pretesto della vigilanza sanitaria e del controllo dell’ordine pubblico, di fatto autorizzando e consolidando la schiavitù e lo sfruttamento sessuale di tantissime donne.
Le resistenze culturali e ideologiche al progetto furono molto forti: le madri si preoccupavano che i figli (maschi) non potessero saziare gli ‘appetiti’ dell’età, che l’onore delle figlie in età da marito fosse insidiato dalle attenzioni dei loro coetanei non più ‘sedati’ dalla salutare frequentazione della case di piacere; gli uomini ne difendevano la funzione stabilizzante, necessaria al mantenimento della pace sociale, della famiglia e addirittura – come scrisse Indro Montanelli nel libretto satirico Addio Wanda – della Patria.
Tra i deputati non mancò chi come Benedetto Croce riteneva la prostituzione una realtà inestirpabile e la sopravvivenza delle case chiuse un male minore se confrontato alla deregulation che la legge avrebbe portato come conseguenza. Anche un intellettuale come Dino Buzzati si espresse contro la legge deplorando la fine di una «civiltà erotica » che andava invece a suo avviso preservata.
Lina Merlin non era una sprovveduta né un’ingenua moralista e, come spiegò con grande verve e spirito combattivo ad Oriana Fallaci in un’intervista del 1963, non aveva nessuna ambizione di cancellare o contrastare la prostituzione. «La mia legge mirava solo a impedire la complicità dello Stato» disse Lina poiché «la prostituzione non è mica un crimine, è un malcostume»; solo una feroce dittatura potrebbe forse impedirla, e «io –aggiunse Merlin – voglio vivere in un Paese di gente libera: libera anche di prostituirsi, purtroppo. Ma libera»[iii].
Il fenomeno l’aveva studiato da vicino e questa sua attenzione l’aveva resa un personaggio noto tra le prostitute: insieme a Carla Barberis, moglie di Sandro Pertini, ne raccolse e pubblicò le lettere, tasselli diversi di una casistica impressionante e testimonianza drammatica di una condizione di schiavitù e di criminalizzazione priva di vie d’uscita.[iv]
[i] https://www.teche.rai.it/2016/02/20-febbraio-1958-la-sospensione-delle-case-chiuse/
[ii] . Anna Garofalo, L’italiana in Italia, Laterza, Bari 1956, p. 91.
[iii] Intervista di Oriana Fallaci a Lina Merlin pubblicata da “L’europeo” il 28 giugno 1963, ora on line al link https://www.toscananovecento.it/wp-content/uploads/2018/12/fallaci-merlin.pdf
[iv] Lettere dalla case chiuse, a cura di L. Merlin e C.Barberis, Milano. Roma, edizioni Avanti!, 1955. Cfr. reprint al link
https://www.fondazioneannakuliscioff.it/wp-content/uploads/2020/12/white_merlin.pdf

(Nella foto sopra Cover disegnata da Abe Steiner per ii libro curato da Lina Merlin e Carla Barberis, pubblicato nel 1955)
La sua legge voleva tra l’altro opporsi alla schedatura delle prostitute ad opera della Questura e allo stigma sociale che veniva loro inflitto dalle autorità, discriminandole nell’esercizio dei diritti civili e umiliandone la dignità. Nell’intervista del 1963 Lina Merlin, consapevole dei mutamenti culturali e comportamentali prevedibilmente innescati dalla sua legge, ironizzava sulla mentalità maschilista diffusa in Italia e affermava, senza giri di parole, che non voleva vivere in un «paese di viriloni, che passan per gli uomini più dotati del mondo e poi non riescono a conquistare una donna da soli», né con dei giovani «che per avere una donna devono farsela servire su un vassoio come un fagiano».
La sua personalità combattiva entrava in rotta di collisione con gli stereotipi femminili di remissività, ritrosia e fragilità, così come la sua legge demoliva un’antropologia maschile altrettanto stereotipata, con uomini condannati a mostrare forza, attitudine al comando e al combattimento, famelici di sesso e incapaci di mostrare emozioni.
A sei mesi dall’approvazione della legge n.75, il Parlamento italiano chiuse definitivamente 560 case, le prostitute registrate in Italia a quella data erano 2.705 suddivise in 567 case con 3.353 posti letto. Ultima in Europa insieme alla Spagna, l’Italia modificava così la sua legislazione in materia, accogliendo anche una sollecitazione dell’ONU al riguardo. Il mercato del sesso non era certo abolito con quella svolta e lo sfruttamento femminile sceglieva altre modalità, mentre il modello delle “case chiuse” continua anche oggi a suscitare nostalgie e tentazioni di recupero.
Lina Merlin aveva vinto comunque la sua battaglia e il suo nome restò poi sempre associato a quell’iniziativa che, da un lato, le conferì grande notorietà in Italia e all’estero, ma, dall’altro, finì per oscurare la percezione di una ricca personalità e di una complessa e lunga attività politica e sociale, che attraversa la storia del Novecento italiano.
Merlin non si ribellò soltanto con la ‘sua’ legge, né fu protagonista di quella sola battaglia politica e parlamentare, ma con la sua intera vita seguì una traiettoria straordinariamente coerente, impegnata in difesa di diritti conculcati, per l’innovazione sociale, per infrangere stereotipi e pregiudizi e, a piccoli passi, per cambiare in meglio non solo la condizione femminile. ma la società italiana tutta.
A questo percorso, paradigmatico nell’evoluzione del nostro paese, è utile tornare grazie agli studi biografici recenti, tra cui il ritratto a tutto tondo dedicatole da Monica Fioravanzo, frutto di una sistematica ricognizione archivistica e di un’analisi di ampio respiro[i].
Maestra e «di civil condizione», Merlin fece parte di quell’esercito di donne cui si deve la diffusione dell’alfabeto in Italia nel primo Novecento: una professione economicamente poco attraente e uno status di modesto appeal sociale vennero allora “femminilizzati” con un impegno capillare, esteso ai piccoli centri e alle periferie, per l’educazione e l’istruzione dell’infanzia. Merlin insegnò dunque nella scuola elementare, osservatorio privilegiato per comprendere la realtà socio-economica del paese e metterne a fuoco disuguaglianze, sofferenze, ingiustizie.
Il suo contesto d’origine, il Veneto, e in particolare il Polesine, costituiscono un filo rosso di interesse mai abbandonato: «a quella terra che avevo soprannominata “il mezzogiorno del settentrione”, – scrisse Merlin in un testo autobiografico – ero legata dalla tradizione ereditata dai miei avi e dall’apostolato di mio marito medico e socialista». L’allusione è a Dante Gallani, medico condotto a Rovigo, deputato socialista, sposato nel 1933.[ii]
Il Polesine, una terra segnata da miseria endemica e tormentata da devastanti alluvioni, quella stessa terra per il cui riscatto si batté Giacomo Matteotti, divenne il banco di prova dell’impegno politico e del pragmatismo di Lina Merlin, dal 1919-’20, quando aderì al partito socialista, sino alla fine dei suoi giorni. Il nome di Matteotti non risulta qui una citazione estemporanea,perché Merlin ebbe parte di rilievo nelle campagne elettorali, specie in quella del 1924, quando tenne comizi laddove Matteotti non poteva recarsi per le minacce fasciste e raccolse dati sulle violenze colà perpetrate dagli squadristi.
Nel secondo dopoguerra da parlamentare presentò interrogazioni e disegni di legge per la redenzione del Polesine che visitò con abnegazione anche durante le ben 17 alluvioni che lo devastarono. Tanto da essere affettuosamente soprannominata in quei paesi la “Madonna pellegrina”, per la sua presenza costante e operosa al fianco della popolazione, ad esempio all’epoca della grande alluvione del novembre 1951, quando accompagnò Alcide De Gasperi nella sua ricognizione di quei territori piagati dal disastro. Eletta al Senato dal collegio di Adria nel 1948 e da quello di Rovigo nel 1953, oltre che consigliera comunale a Rovigo e a Badia Polesine, Merlin ebbe il merito di far conoscere al Parlamento e all’opinione pubblica un mondo ignorato di arretratezza, di sofferenza, di denutrizione e malattia, di fatto contribuendo a stanziamenti di bilancio sia per interventi d’emergenza che per iniziative strutturali di sistemazione idro-geologica.
Socialista sui generis, coltivò una propria visione, umanitaria, riformistica e unitaria del socialismo e non rinunciò a un’attitudine critica nei confronti del partito, sia quando ne stigmatizzò il disimpegno per la questione femminile negli anni Venti, sia più tardi, quando criticò la linea fusionista di Serrati, e ancor più nel secondo dopoguerra, all’epoca del frontismo, contro la svolta marxista-leninista e la linea di subalternità al PCI, che Merlin non condivideva. Rivelatrice al proposito è la difesa della tradizione democratica del “suo” socialismo che le fece scrivere a Nenni: «non dimenticare la nostra dignità di socialisti e di esseri pensanti».
[i] Monica Fioravanzo, Lina Merlin. Una donna, due guerre, tre regimi, FrancoAngeli, Milano 2023.
[ii] Lina Merlin, La mia vita, Giunti, Firenze 1989 p.77.

(Nella foto sopra Lina Merlin e Sandro Pertini al 30° Congresso del PSI. Milano, 8 gennaio 1953)
Insofferente delle scissioni come delle lotte interne di corrente, indocile verso la disciplina di partito, che nel 1951 vide maturare le dimissioni di Giancarlo Matteotti, la senatrice giunse da ultimo al punto di rottura quando anziché nel suo collegio “naturale”, quello di Adria, venne candidata altrove. Riuscì eletta ancora, non al Senato, ma alla Camera e tuttavia lei pure si dimise dal partito nel 1961. Aderì pertanto al gruppo misto e in tale veste fece parte della Commissione antimafia, fino alla scadenza della legislatura nel 1963, quando decise di essere una «socialista fuori dal Parlamento».
Si concludeva così un’esperienza parlamentare vissuta in ruoli di assoluto rilievo: eletta all’Assemblea Costituente nella sparuta pattuglia femminile, pari al 4% scarso del intero consesso, era stata l’unica donna tra i 14 costituenti eletti dal PSIUP in Veneto. Fu poi una delle cinque donne scelte a partecipare alla Commissione dei 75, chiamata al cruciale compito di elaborare e proporre il testo della Costituzione repubblicana. E in quell’ambito si distinse in particolare per promuovere i diritti femminili. Nell’articolo 3, laddove si enuncia il principio che «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge» fu proprio lei a voler inserita la precisazione «senza distinzioni di sesso».
Se ci domandiamo come Merlin si fosse conquistata tanta autorevolezza, non possiamo che aggiungere al percorso qui tratteggiato sommariamente un cenno alle sue scelte durante il Ventennio fascista e il suo tragico epilogo.
Qui si coglie un tratto costitutivo della sua personalità, che Fioravanzo chiama «il coraggio del rifiuto».
Nota per le sue posizioni di pacifista – o «pacefondaia», come la chiamava scherzosamente l’amato fratello Mario, caduto poi in battaglia nel 1917 – , poi per l’appassionata militanza socialista, documentata tra l’altro nelle pagine dell’ “Eco dei lavoratori”, ch’Ella diresse, all’avvento del fascismo-regime entrò nel mirino della repressione del dissenso. Merlin non solo non lo dissimulò optando come molti per un conformismo di facciata, ma ne diede pubblica dimostrazione, rifiutando di piegarsi al giuramento di fedeltà al regime richiesto agli insegnanti della scuola pubblica. Così a quarant’anni rinunciò con fermezza al suo status di insegnante e alla modesta sicurezza economica che questo le garantiva. Dopo il licenziamento, vennero così per lei gli arresti e nel 1926 l’assegnazione a 5 anni di confino di polizia in Sardegna, con trasferimenti e vessazioni continue tra Dorgali, Orune, Isili, Nuoro.
Nel 1929 fruì di un’amnistia, si spostò a Milano, dove visse di lezioni private, ospitando in casa le riunioni segrete del Partito Socialista clandestino per preparare l’insurrezione con Sandro Pertini, Lelio Basso e Rodolfo Morandi. La cospirazione antifascista si intensificò nel 1943, divenne partigiana e fondò con Ada Gobetti, Giovanna Barcellona, Lina Fibbi e Rina Piccolato i Gruppi di Difesa della Donna, che ebbero diffusione capillare e coinvolsero nella Resistenza migliaia di donne. Alla Liberazione fu nominata vice commissaria all’Istruzione del CLN lombardo.

(Nella foto sopra la tessera personale del CLN lombardo)
Queste le tappe di un percorso qui riepilogato di necessità a grandi linee, ma da cui si evince non soltanto la tempra di combattente antifascista di Lina Merlin, ma il peculiare carattere di scelta esistenziale che connota il suo socialismo, tale da accreditarla per un ruolo di protagonista nella rinascita democratica del paese e nella difesa dei diritti di libertà e giustizia sociale.
Il ritratto di questa complessa personalità si completa infatti ricordando il suo impegno assiduo per la tutela di donne e fanciulli e per il riconoscimento dei diritti femminili e del lavoro.
Grazie al trasversale e solidale accordo di donne parlamentari di orientamento politico diverso molte proposte, da lei promosse, approdarono al successo: così fu per la salvaguardia dei diritti dei nati “fuori dal matrimonio”, per i quali si ottenne l’abolizione nei certificati di nascita del marchio d’infamia “figlio di N. N.”; così fu per la difesa delle lavoratrici , che videro approvata la prima legge contro il loro licenziamento in caso di matrimonio, un abuso, questo, che a tutt’oggi viene ancora tentato con vari escamotage a danno delle donne in vari ambiti professionali. Anche l’abolizione del carcere preventivo e il rinvio della pena carceraria per le madri di neonati furono tra i risultati della sua intensa attività parlamentare.
Il suo fu un femminismo pionieristico, unico nel suo genere, e poco in sintonia con gli orientamenti sviluppatisi negli anni ’60. Basti ricordare che nel dibattito pro o contro il divorzio, si schierò a favore dell’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, che giudicò una legge di “pura marca borghese”. Idealmente distante dai movimenti delle donne di quegli anni e alle loro istanze di «libertà impazzite», la senatrice vide nella stabilità del matrimonio una garanzia per i soggetti fragili – madri, mogli e figli privi di indipendenza economica – che in quel contesto erano protetti. Anche in quell’occasione adottò dunque una prospettiva originale, in linea con i suoi convincimenti, cercando di sventare un divorzio/ripudio, potenzialmente dannosa per le donne in una fase delicata del loro cammino di emancipazione.
(Nella foto di apertura Lina Merlin (Pozzonovo (Pd), 15 ottobre 1887- Padova, 16 agosto 1979)
