Giornalismo sotto attacco in Italia

Libertà di stampa, l’Italia scivola al 56° posto: il rapporto RSF dipinge un quadro preoccupante

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Nel 2026, la libertà di stampa nel mondo tocca il minimo storico degli ultimi 25 anni. E l’Italia non fa eccezione: perde sette posizioni rispetto all’anno scorso.

Per la prima volta nella storia del suo indice mondiale, Reporters Sans Frontières (RSF) registra che oltre la metà dei Paesi del mondo — il 52,2% — ricade nelle categorie “difficile” o “molto grave” per quanto riguarda la libertà di stampa. Un dato che non ha precedenti nei 25 anni di storia dell’indice, e che fotografa una tendenza globale inarrestabile: il giornalismo è sotto attacco, ovunque.

Il punteggio medio globale non è mai stato così basso. Se nel 2002 il 20% della popolazione mondiale viveva in un Paese classificato come “buono” per la libertà di stampa, oggi quella percentuale è crollata a meno dell’1%. L’indicatore che ha subito il peggioramento più netto nell’ultimo anno è quello legale: in oltre il 60% degli Stati, 110 su 180, la situazione giuridica per i giornalisti è peggiorata, segnale inequivocabile di una criminalizzazione crescente del mestiere.

Tra i fattori principali di questo declino, RSF individua l‘abuso delle leggi sulla sicurezza nazionale usate come grimaldello per silenziare i cronisti in regimi autoritari come Russia (172°), Cina (178°) e Iran (177°), ma anche in democrazie formali come le Filippine, la Turchia e il Giappone. Le cosiddette SLAPP, cause legali strategiche usate per intimidire e logorare economicamente chi fa giornalismo d’inchiesta, sono ormai uno strumento diffuso su scala planetaria, dall’America Latina all’Europa.

Negli Stati Uniti, la politica sistematicamente ostile ai media portata avanti dall’amministrazione Trump ha fatto precipitare il Paese al 64° posto, con un calo di sette posizioni. I tagli all’Agenzia statunitense per i media globali hanno trascinato nel baratro emittenti storiche come Voice of America e Radio Free Europe, lasciando milioni di persone senza fonti d’informazione affidabili.

In questo contesto globale a tinte fosche, l’Italia scivola al 56° posto, sette gradini più in basso rispetto al 49° del 2025. Un arretramento che RSF spiega con una serie di minacce convergenti, alcune strutturali, altre legate alle scelte politiche del governo Meloni.

Sul fronte della sicurezza fisica, il problema è antico ma non risolto. Le organizzazioni mafiose continuano a rappresentare una minaccia concreta per i giornalisti che indagano su criminalità organizzata e corruzione. Auto e abitazioni incendiate, campagne di intimidazione online, aggressioni fisiche: sono la quotidianità per molti cronisti d’inchiesta. Attualmente una ventina di giornalisti in Italia vive sotto scorta permanente.

Sul fronte legale, la situazione si è aggravata. La controversa “legge bavaglio” approvata dalla maggioranza di governo rischia di rendere ancora più difficile il lavoro di chi si occupa di cronaca giudiziaria, limitando la possibilità di pubblicare atti processuali. A questo si aggiunge la proliferazione delle SLAPP   e la criminalizzazione della diffamazione stessa, che spinge molti professionisti verso l’autocensura, sia per timore di azioni legali sia per adeguarsi alla linea editoriale della propria testata.

RSF punta il dito anche sulla Rai, la principale emittente pubblica del Paese, descrivendo “crescenti interferenze dirette” volte a trasformarla in uno strumento di comunicazione politica al servizio dell’esecutivo. Una paralisi legislativa impedisce inoltre l’approvazione di proposte di legge che potrebbero rafforzare le tutele per la libertà di stampa.

A tutto questo si somma la precarietà contrattuale dilagante, che indebolisce l’indipendenza e il dinamismo del giornalismo italiano, e la crescente polarizzazione della società, che si traduce in aggressioni verbali e fisiche contro i cronisti durante comizi e manifestazioni pubbliche.

“L’inerzia è una forma di complicità”, scrive Anne Bocandé, direttrice editoriale di RSF, nell’introduzione all’indice 2026. Non basta enunciare principi: servono misure concrete per proteggere il giornalismo. A partire dalla fine della criminalizzazione dei cronisti, dall’abuso delle leggi sulla sicurezza nazionale, e dal contrasto alle SLAPP.

Per l’Italia, il messaggio è chiaro. Scivolare di sette posizioni in un solo anno,  passando da 49° a 56°, non è un’anomalia statistica, ma il riflesso di tendenze reali che erodono giorno dopo giorno la qualità dell’informazione nel Paese. In un’epoca in cui meno dell’1% della popolazione mondiale vive in uno Stato con una stampa davvero libera, difendere ogni singola posizione è una questione di democrazia.


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