È stato chiaro dal primo momento, da quando il presidente della Fifa Gianni Infantino si è inventato un premio per la pace e lo ha consegnato a Donald Trump. Insieme a quel premio Infantino ha consegnato al Presidente degli Stati Uniti l’intero Mondiale che stava per cominciare.
La Fifa ha perso il controllo della “sua” Coppa del Mondo, la prima a 48 squadre nel segno dell’universalità del gioco del pallone, un’universalità franata miseramente di fronte al visto negato all’arbitro somalo Omar Artan. Per la prima volta nella storia, un paese organizzatore non garantisce la presenza di chi il Mondiale deve disputarlo. Che sia un arbitro o un’intera squadra, come nel caso dell’Iran cui è stato negato il diritto di permanenza negli Usa per giocare le sue prime tre partite. Viaggerà dal Messico, nella stessa giornata delle gare. Un’ anomalia che mai si era registrata in passato.
I paesi organizzatori hanno l’obbligo di garantire ingresso, libera circolazione e strutture di alloggio e allenamento a chi partecipa, pena la revoca della manifestazione. Successe all’Indonesia nel 2023 quando, da paese organizzatore, non volle garantire la presenza di Israele alla Coppa del Mondo di calcio under 20. La Fifa sottrasse all’Indonesia l’organizzazione dell’evento.
Gli Stati Uniti di Trump invece possono. Possono negare i visti a tifosi che già avevano acquistato biglietti e viaggi; possono perquisire sulla pista di un aeroporto l’intera delegazione di una squadra partecipante con metodi umilianti; possono interrogare per sette ore il capitano della squadra irachena nel chiuso di una stanza senza alcuna assistenza legale.
Per la prima volta un evento sportivo esclude, anziché includere.
Il Mondiale 2026 contraddice persino lo sport washing sul quale avevano puntato il Qatar e la Russia: usare un evento sportivo per ricrearsi un’immagine agli occhi del mondo nascondendo sotto il tappeto la polvere dei diritti umani calpestati. Gli Stati Uniti non nascondono le violazioni dei diritti. Le proclamano alla luce del sole: noi siamo questi, noi violiamo i diritti. E nessuno può impedircelo. Questo il messaggio che arriva dagli Stati Uniti di Trump. La forza come regola. Nello sport come nella politica interna ed internazionale. L’arroganza della forza.
Infantino sta svendendo il calcio. Lo sta svendendo al potere. Come in passato succedeva nei regimi. Lo sport perde la sua libertà in cambio del denaro. E rischia così di smarrire per sempre la sua identità. E la sua libertà.
