Giornalismo sotto attacco in Italia

Il Generale e la sua “sporca dozzina”

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Roma, Auditorium della Conciliazione. L’Assemblea costituente di Futuro Nazionale mette in scena la solita replica. Roberto Vannacci ripete a memoria gli stessi slogan vuoti che propina ormai ovunque, dai salotti televisivi fino all’ultimo dei palchi di provincia. Mancano un programma e un’idea di paese, sostituiti da un loop infinito di frasi fatte studiate per colpire la pancia della gente. Al centro, come unica arma, resta la «sporca dozzina» dei suoi fedelissimi, quegli stessi uomini che lui sul palco definisce pubblicamente come «lo scarto, la feccia, i figli di nessuno». Lui si trova ancora fuori dal palazzo della politica romana, eppure gestisce già tutto con un controllo gerarchico feroce. Il leader umilia la sua stessa cerchia e ottiene in cambio fedeltà cieca, con una platea che applaude fiera della propria sottomissione.
Incredibile.

Questa recita collettiva, tra richiami marziali e la preghiera dei paracadutisti intonata dal palco, ricorda da vicino la farsa grottesca di Ugo Tognazzi in Vogliamo i colonnelli. Viene quasi da ridere a guardare questa sfilata, eppure commettere l’errore di ridurlo a una macchietta innocua sarebbe una cecità imperdonabile. Sotto il folclore si muove qualcosa di molto più profondo e pericoloso. Vannacci incarna uno schema preciso, un Matteo Salvini 2.0 in divisa e col grado di Generale, pronto a destabilizzare l’attuale establishment di governo dall’interno, logorando gli alleati e alzando continuamente l’asticella dell’inaccettabile. In questa manovra si vede tutto il salto gerarchico impresso al populismo italiano. La scorsa stagione si reggeva sulla figura del «Capitano», sulle felpe intercambiabili e sulla politica del Papeete. Oggi la destra reazionaria fa un passo avanti e promuove il modello della caserma affidandosi al «Generale». La propaganda balneare si trasforma nella rigidità cameratesca.
Il vero motore di questa operazione risiede nello statuto del movimento, un testo blindato che cancella ogni forma di democrazia interna. Troviamo organi di garanzia nominati direttamente dal capo, veti preventivi su tutto e l’azzeramento del dibattito orizzontale. Siamo davanti a una gerarchia civile che si regge sul principio dell’obbedienza assoluta. Su questa impalcatura rigida vengono lanciate parole d’ordine tossiche come la «remigrazione», l’idea di espellere in massa i migranti al grido di “Italia agli italiani”.

Si tratta del solito bluff inattuabile – ricordiamo dove è finito il blocco navale – una proposta che richiederebbe lo smantellamento immediato della nostra architettura costituzionale. La vera minaccia, piuttosto, sta nella capacità di abituare l’opinione pubblica all’orrore, estremizzando sempre di più l’asse del dicibile. Questa polarizzazione si inserisce in un quadro internazionale dove il caos non è più solo virtuale. Accanto alla guerra psicologica combattuta sui social si muovono gli spettri delle guerre e del terrorismo, come i pogrom xenofobi di Belfast o l’attentato incendiario contro la moschea di Cagliari, una vicenda gravissima di cui si è parlato troppo poco. Il progetto populista di Vannacci diventa quindi l’assist perfetto per quanti traggono vantaggio dalla destabilizzazione del Paese e dal sabotaggio del progetto europeo. Attori esterni che hanno tutto l’interesse a vedere un’Europa frammentata e debole non necessitano di tessere complesse trame nell’ombra, poiché trovano molto più semplice e redditizio appoggiare l’ambizione isolazionista di chi sfilaccia dall’interno le democrazie. La vera posta in gioco, però, resta ancora la stabilità interna. Il modo spregiudicato con cui questa «sporca dozzina» cerca di racimolare consenso rischia di far divampare l’incendio della rivolta sociale. E se si allarga lo sguardo al contesto internazionale e a un’Europa dove le fiamme dell’estremismo stanno già divampando, il rischio è più concreto che mai. Resta da capire se questo pericolo svanirà alla prima prova dei fatti o se il fuoco finirà per divorare in modo permanente gli argini della nostra democrazia.


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