Giornalismo sotto attacco in Italia

La Rai è ai titoli di coda

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Ogni storia ha un inizio, un centro e una fine. La Rai non sfugge a simile destino e – se mai – l’attuale gruppo dirigente voluto dalla destra si è come incaricato di colorare di grottesco il crepuscolo in atto. Al di là delle considerazioni politiche contingenti, è importante che le forze dell’area progressista inseriscano nel programma per le ormai vicine elezioni politiche un capitolo significativo sull’argomento. È comunque pure evidente, nell’età delle intelligenze artificiali e della crossmedialità, che per occuparsi dell’azienda che fu monopolista non ci si può limitare a parlarne come se fosse tuttora il centro tolemaico del sistema. Ogni riforma deve connettere il servizio pubblico radiotelevisivo all’universo immanente, con parole e sintassi adeguate. Il passaggio dall’era analogica a quella digitale assomiglia, mutatis mutandis, al transito dalla lingua latina all’italiano. Similitudini e mediamorfosi, ma soprattutto rotture epistemologiche.

Insomma, serve un manifesto riformista che si rivolga al mondo vastissimo di coloro che sono segnati dal capitalismo delle piattaforme, fondato sull’alienazione delle coscienze e sull’estrazione predatoria dei dati e dei profili personali. Hic Rhodus, hic salta. Se si restringe il grandangolo a una zoommata, non si capisce né l’uno né l’altra. Rispetto a ciò che avvenne cinquant’anni fa con la legge n.103 di riforma della Rai e con la sentenza che liberalizzò il mercato privato n.202 della Corte Costituzionale, il mappamondo ha girato il suo senso di marcia.

Fatte simili premesse doverose, cara Rai riformati, almeno tu nell’universo, per citare l’indimenticabile Mia Martini. Se non si accende la miccia, la prateria non si incendia e rimane un luogo desertificato lasciato al predominio freddo di algoritmi e robot.
La miccia ora è spenta nel chiuso delle competenti commissioni del Senato. Giace un ingannevole testo della maggioranza teso a far credere che così si applica l’European Media Freedom Act (una fake: l’articolo 5 dell’Emfa evoca autonomia e indipendenza, mentre in quell’articolato si passa il testimone dalla brace alla padella). E giacciono insieme gli emendamenti depositati dai gruppi del campo larghissimo costruiti con associazioni come Articolo21, ReteNoBavaglio e MoveOn. Non solo.

Com’è noto, la Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai è pressoché bloccata per l’ostruzionismo di una maggioranza che dall’inizio della legislatura suppone di poter imporre la propria candidatura alla presidenza della Rai medesima. In simile situazione ecco che si appalesa il rischio dell’eutanasia di un servizio pubblico la cui Convenzione con lo Stato scade tra un anno. Nel frattempo, un curioso piano immobiliare sta smontando gioielli di famiglia come il Teatro delle Vittorie a Roma.

Che fare, allora? Continuare con convegni e dibattiti in numero inversamente proporzionale alle ricadute operative o rompere gli indugi con atti pacificamente sovversivi? L’inerzia sul tema, e non sembri una contraddizione con la premessa, pregiudica il resto, come in una perigliosa forma di sineddoche: la parte e il tutto si specchiano. Per risolvere la parte è indispensabile avere una visione del tutto, ma quest’ultimo non si dispiega se il motore rimane ai box.

Riusciranno i nostri eroi… – per evocare un famoso film del compianto Ettore Scola – a rompere l’incantesimo? Vi sono due aree di lavoro diverse e contigue: dare un segno di vita per rispondere alle indicazioni dell’Emfa e costruire un programma partecipato sull’intero capitolo dell’infosfera che rappresenti la carta di identità di una sinistra digitale. Esiste un apposito tavolo delle opposizioni che bene si occupò dei citati emendamenti. Forse da lì – insieme alla Cgil – si potrebbe ripartire.

L’unica tentazione da scacciare è il permanente desiderio del ceto politico (nel suo insieme, ahinoi) di andare in tv e non di occuparsene come sequenza di definizione del nostro immaginario. Per cominciare: a Porta a porta non ci si vada. Perseverare è diabolico. L’assenza vale più di una grida.

(da Il Manifesto)


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