L’eredità di Angelo Guglielmi

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Angelo Guglielmi se n’è andato, ma ciò che ha fatto in tv, per la tv e per i telespettatori rimarrà per sempre. Arrivò in Rai nel 1955 insieme a Umberto Eco, Fabbiano Fabiani, Emanuele Milano, Furio Colombo, Sergio Silva, Giovanni Vattimo, Giovanni Salvi, veramente altri tempi, se paragonati ad esempio agli ultimi vent’anni. “Bisogna ammettere che allora il peso della politica era meno grave e greve”, parole di Guglielmi. Oggi pescare all’interno della Rai un direttore di rete o meglio di genere (vedere la riforma editoriale dell’ad Carlo Fuortes), che sappia realmente svolgere quel ruolo è impresa ardua, negli anni il personale dirigente è stato selezionato sulla base di motivazioni che non hanno a che vedere con la competenza professionale ma solo con l’appartenenza politica. Guglielmi è stato un grande direttore, non solo perché negli otto anni trascorsi a capo di Rai 3 ha quintuplicando gli ascolti portandola dal 2% di share a oltre il 10 %, ma per aver fatto una tv contemporanea, moderna, in linea coi tempi, dimostrando che la cultura in tv deve essere un faro che illumina tutti i generi e che non si può comprare un tanto al chilo. La sua è la storia di un grande intellettuale dalla mente aperta e libera, mai disposto a sottomettersi a condizionamenti, che ha saputo osservare la società e interpretarla attraverso i programmi interamente creati all’interno della rete (Linea rovente, Samarcanda, Milano Italia, Chi l’ha visto, Un giorno in pretura, Telefono giallo), molti di questi sono ancora in onda o hanno semplicemente cambiato nome e grafica. La tv di oggi, il servizio pubblico come la tv commerciale (a cui Guglielmi guardava con interesse, preferiva Matrix di Mentana a Porta a porta di Vespa) è molto più povera strutturalmente e intellettualmente. Cosa sarebbe senza l’acquisto di format, senza le produzioni esterne che li realizzano o senza i vari scopiazzamenti dalla tv del passato? Lo dimostra il successo dei programmi nati con il materiale delle Teche. La forza di Guglielmi è stata quella di riuscire a creare a Rai3 una classe dirigente di primissimo livello, selezionata all’interno dell’azienda, come poi è stato dimostrato dai programmi realizzati e dai personaggi scoperti, allora sconosciuti, oggi ancora protagonisti in tv, teatro e cinema. Un giorno gli chiesi perché la Rai da un certo punto ha cambiato strategia, lui mi rispose: “Quel modo di fare la tv è stato abbandonato e sacrificato agli interessi partitici. Anche noi nascemmo da un accordo con il Pci di Veltroni, che però non chiese nulla in cambio. Semplicemente capì che poteva ricavare, come in effetti accadde, un’immagine più forte dal fatto che Rai 3 battesse Rai 2, la rete socialista, piuttosto che facendo assumere il tal dirigente legato al partito o facendo lavorare il tal produttore amico”. Altri tempi caro Angelo, contrariamente a tanti che sono arrivati dopo di te, nella tv, e non solo, hai lasciato un’impronta indelebile e inimitabile.


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