Una catena umana per tornare a prendersi cura degli altri. Intervista a Flavio Lotti

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Domenica 11 ottobre andrà in scena, fra Perugia e Assisi, la catena umana che in questi tempi di pandemia, prenderà il posto della storica Marcia per la Pace. Il prossimo anno si celebrerà il sessantesimo anniversario della manifestazione e abbiamo voluto fare il punto con Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della Pace, su obiettivi, orizzonti e prospettive di un evento che quest’anno ha assunto un’importanza particolare e un significato nuovo rispetto al passato. Il tema centrale sarà quello della pace integrale, del prendersi cura gli uni degli altri, di un’educazione in grado di rendere ciascuno pienamente cittadino e della costruzione di un nuovo modello di economia e di sviluppo. Umanità, solidarietà, cittadinanza attiva, passione civile e politica: questi i valori concreti al centro di un’edizione che si preannuncia fra le più difficili ma, al tempo stesso, fra le più significative di sempre.

Perché quest’anno, nonostante il Covid, la Marcia per la Pace si farà comunque?

Devo precisare che non si tratta di una vera e propria marcia, in quanto le manifestazioni in movimento sono vietate per via delle misure di sicurezza legate all’emergenza sanitaria. Quella di quest’anno sarà una catena umana: un’iniziativa inedita, mai realizzata in questo Paese. Ogni persona sarà distanziata dall’altra di due metri ma saremo tutti uniti da un filo simbolico che rappresenta il tessuto di una società che dobbiamo ricostruire. Tutti coloro che verranno dovranno portare un filo lungo almeno due metri, un filo da annodare a quello degli altri. Riannodare i fili, infatti, è un gesto che simboleggia la necessità di rompere questa chiusura, questa separatezza, questa competizione che ci porta, spesso, ad essere in guerra gli uni contro gli altri mentre siamo chiamati a costruire una società nuova. Questa è una delle ragioni importanti per cui bisogna esserci domenica 11 ottobre: testimoniare che, oggi più che mai, siamo impegnati a costruire un mondo in cui al posto della competizione ci sia la collaborazione e al posto delle guerre ci sia la volontà di dialogo, di incontro, di confronto e, soprattutto, l’impegno comune di ciascuno di noi ad affrontare le grandi sfide che abbiamo davanti. Miseria, disoccupazione, disuguaglianze e devastazione del clima e dell’ambiente in cui viviamo sono urgenze cui dobbiamo dare delle risposte e nessuno di noi può farlo da solo. Per questo dobbiamo ritrovarci insieme domenica sulla strada che conduce da Perugia ad Assisi.

Assisi è il luogo che il Papa ha scelto, lo scorso 3 ottobre, per firmare l’enciclica “Fratelli tutti”. Qual è il ruolo di questo pontificato nella costruzione di un processo di pace?

Papa Francesco sta compiendo un lavoro assai difficile ma preziosissimo. Sta provando a riaprire gli occhi dell’umanità di fronte a una realtà che è diventata più chiara, più evidente ma che alcuni si ostinano a non vedere. E la realtà è quella che ci ha mostrato anche il Coronavirus: nessuno può farcela da solo. Ciascuno di noi è un filo bisognoso di unirsi agli altri fili. Abbiamo bisogno di relazioni perché altrimenti non possiamo andare avanti. Abbiamo bisogno di una nuova idea di fraternità: la stessa che il Papa ha indicato nell’enciclica. Viviamo in un pianeta che, ormai, è segnato dall’interdipendenza. Condividiamo il mondo in cui viviamo e la necessità di affrontare insieme i problemi. Non dobbiamo, dunque, limitarci a essere buoni e solidali ma comprendere la complessità del nostro tempo e riscoprire il valore della collaborazione, unica via per sviluppare le soluzioni ai problemi che devono essere risolti.

Il prossimo anno la Marcia per la Pace compirà sessant’anni. Cosa è cambiato in questi decenni e quali sono gli elementi rimasti intatti nello spirito di questa manifestazione?

Il mondo è estremamente diverso. Oggi stanno venendo al pettine tanti nodi importanti e delicati che richiamano i pericoli che dobbiamo cercare di scongiurare. Ai tempi della prima Perugia – Assisi il pericolo principale era costituito dallo scoppio di una guerra atomica, e tuttora non è da sottovalutare. Oggi l’emergenza è legata, innanzitutto, al cambiamento climatico: il nostro modello di consumo è insostenibile perché distrugge il pianeta e lo rende invivibile per noi e per le future generazioni. Questo è uno dei grandi drammi contemporanei, e poi c’è la perdita di un orizzonte comune. Nei primi anni Sessanta eravamo convinti di dover ancora superare il tempo della guerra. Oggi ce ne siamo dimenticati, anche se la guerra è ancora presente in tante parti del mondo. Da noi le contrapposizioni e le divisioni sembrano prevalere sullo sforzo comune che dobbiamo mettere in campo per affrontare le grandi sfide che abbiamo di fronte. Il terzo elemento importante è che allora eravamo circa tre miliardi, oggi siamo sette miliardi e mezzo e fra dieci anni saremo un miliardo in più sulla Terra. Dobbiamo renderci conto che i bambini che nasceranno in questo decennio reclameranno il sacrosanto diritto di vivere una vita dignitosa: se non lo comprenderemo, precipiteremo in uno scontro generalizzato in cui rischiamo di perdere anche quel po’ di pace che i nostri genitori e i nostri nonni ci hanno lasciato in eredità.

Oggi, a quanto pare, ci sono meno guerre rispetto al passato, eppure la sensazione è quella di vivere in un contesto di tensione permanente. Basti pensare ai separatismi in Europa, a ciò che sta accadendo negli Stati Uniti, alle divisioni di cui abbiamo parlato in precedenza. Siamo sull’orlo del collasso o è una preoccupazione eccessiva?

In tutti questi anni le guerre sono cambiate. Ci sono ancora molte guerre che si combattono con i carri armati e i caccia bombardieri ma ci sono altre guerre che si combattono con mezzi meno visibili ma ancora più devastanti. Penso innanzitutto alle guerre economico-finanziarie che stanno sconvolgendo tantissime aree del mondo e le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Oggi si vedono meno immagini di corpi trucidati in televisione ma la conflittualità nel mondo si è tutt’altro che ridotta. Le guerre del futuro saranno digitali, robotizzate, saranno guerre in cui si punterà a distruggere il nemico annientando tutte le sue capacità di gestione delle attività ordinarie. Stiamo parlando di ordigni che sono in grado di gettare intere popolazioni, interi paesi nel buio più totale sia dal punto di vista energetico che dal punto di vista delle comunicazioni. Le guerre digitali, basate su ordigni guidati da macchine e non più da uomini, con le macchine che decideranno chi uccidere e chi no, saranno ancora più devastanti.

Ciò che sta accadendo fra gli Stati Uniti e la Cina, con il tentativo di Trump di contrastare l’iniziativa del Vaticano per riannodare i fili con il Dragone, è un esempio di ciò che ho detto e un rischio per la comunità internazionale.

Le guerre del futuro saranno meno visibili ma ancora più temibili di quelle che hanno vissuto, sofferto e combattuto i nostri antenati.

Se dovesse rivincere Trump, intravede il rischio di una “guerra calda”, ad esempio contro l’Iran?

Assolutamente sì. Non è solo un timore: il rischio è che diventi una tragica realtà. Dalle guerre diplomatiche si è passati a quelle economiche e il passo successivo sono i campi di battaglia. Purtroppo i sovranisti, questa nuova generazione della destra globale, usano le guerre in tutti i modi possibili e immaginabili e fanno della guerra uno strumento di conferma e legittimazione del proprio potere. La guerra è tutt’altro che scomparsa dai nostri orizzonti.

Moria, Lesbo, i lager libici, qualche giorno fa abbiamo celebrato il settimo anniversario della strage di Lampedusa: quanto saranno centrali questi temi nella catena umana di domenica? Quale messaggio intendete lanciare al governo italiano?

Per noi la pace non è soltanto il contrario della guerra, l’assenza della guerra. Per noi la pace è il pieno riconoscimento e il rispetto dei diritti fondamentali di tutte le persone che vivono su questo pianeta. Per questo ci sforziamo di dire che non ci sarà pace fino a quando saranno negati i diritti fondamentali delle persone.

Ciò che si sta facendo oggi, a livello governativo, non è sufficiente per cambiare rotta. Innanzitutto, bisogna chiedere aiuti all’Unione Europea e poi va rafforzata, le va data un’anima e una forma politica, non soltanto economica, dobbiamo costruire nuove relazioni nel Mediterraneo che siano volte a costruire nuovi rapporti, non solo a frenare l’immigrazione. Bisogna costruire nuove opportunità di sviluppo per tutte le popolazioni che abitano in questa che è la nostra casa comune: noi ne abbiamo due, quella europea e quella del Mediterraneo. Questa ricchezza la dobbiamo spendere in positivo, altrimenti rischiamo di essere travolti dai conflitti che si riversano in quest’area. E poi c’è il ruolo che un Paese importante come il nostro deve esercitare a livello mondiale: dobbiamo porre al centro del nostro sviluppo economico gli accordi raggiunti a Parigi nel 2015 e l’Agenda dell’ONU per il 2030; senza contare il tema decisivo del disarmo. Non possiamo accettare di continuare a spendere miliardi di euro nella costruzione e nello stoccaggio di armi che non possono essere utilizzate, in quanto la nostra Costituzione ripudia la guerra. Dobbiamo investire in un altro tipo di sicurezza: la sicurezza umana, la sicurezza che deriva dal lavoro. Dobbiamo garantire ai giovani lo spazio e l’opportunità necessari per potersi esprimere e poter crescere in consapevolezza, capacità e responsabilità.

Le nuove generazioni sono fra le più colpite dalla pandemia, a livello di opportunità e prospettive per il futuro. Le vede più consapevoli, rispetto a quelle precedenti, sul tema della pace?

Non mi piace ragionare per categorie. Noi abbiamo bisogno di credere e investire nei giovani. Devono capire in che mondo vivono e quale sarà il futuro in cui andranno a costruire la propria esistenza e a cercare di realizzare i propri sogni e i propri desideri. Dobbiamo cambiare il modello educativo e renderlo adeguato alle necessità del nostro tempo. Noi spendiamo ancora molte giornate scolastiche a studiare il passato, e questo è importante, ma non ci occupiamo del presente e di sognare il futuro.

Che significa in concreto?

Bisogna investire risorse ad hoc per cambiare l’educazione, anche costruendo un patto educativo territoriale e globale. È il patto educativo che papa Francesco ci ha chiesto di ricostruire perché la scuola, da sola, non ce la può fare. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva: bisogna aprire la scuola alla comunità perché non può essere delegato tutto agli insegnanti. Non è un problema di banchi o di cattedre ma di come formiamo i nostri ragazzi. Non bastano le nozioni: hanno bisogno di strumenti per capire e mettere in pratica, per agire e sperimentarsi in concreto. Non è vero che d’ora in poi conteranno solo l’informatica e le nuove tecnologie: quella è una parte del nostro sapere. C’è poi bisogno di un’educazione ai diritti umani, alla democrazia, di un’educazione civica che insegni a vivere insieme: è una cosa che si impara, come si impara a prendersi cura di se stessi e degli altri.

Domenica 11 ottobre la parola al centro della nostra catena umana sarà, per l’appunto, cura. Dobbiamo sviluppare la nostra capacità di prenderci cura gli uni degli altri, investendo, come detto, nell’educazione e poi creando degli spazi di lavoro in cui i giovani possano esprimere tutta la loro energia e la loro creatività.

(Intervista andata in onda nella trasmissione L’Emiciclo venerdì 9 ottobre 2020)


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