Giornalismo sotto attacco in Italia

Strage di Amendolara: facciamo tutti la nostra parte

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In Italia l’economia illegale viene stimata in  77 miliardi di euro, di cui più della metà nell’agricoltura. In quelle cifre sono compresi persone, lavoratori, come i tre cittadini afgani e un pachistano, di nome Waseem Khan (29 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni), Safi Iayjad (27 anni), Ullah Ismat Qiemi (19 anni). Quattro ragazzi bruciati vivi perché chiedevano un compenso più giusto delle 3 auro l’ora e la dignità di dormire non in 10 in una stanza. Schiavi, come quelli di migliaia di anni fa.

Un orrore di cui cominciammo a indignarci nell’agosto nel 1989 quando fu ucciso, a Villa Literno, in un capannone dove viveva con altri 28 braccianti immigrati, Jerry Masslo, un giovane sudafricano che fuggiva dall’apartheid del suo paese. Fu la presa d’atto da parte dell’Italia, del dramma dello sfruttamento degli immigrati, da cui scaturì la legge Martelli. Don Ciotti con “Libera” cominciò a parlare di agromafie, a spiegare un fenomeno di cui si sapeva assai poco.

Sono passati 37 anni durante i quali sono morti a decine braccianti reclutati dai “caporali” e ridotti tecnicamente in schiavitù. E adesso lo sappiamo bene come funziona questa orrenda forma di delinquenza.

La strage di Amendolara purtroppo non sarà l’ultima. Ma almeno oggi le forze politiche di opposizione hanno dato un segno. Proprio il giorno dopo la visita della presidente del consiglio Meloni in Calabria per la festa dei carabinieri, senza un cenno per quei morti che questo governo ritiene palesemente di serie B. Per Masslo ci furono funerali di stato con la partecipazione del ministro degli esteri De Michelis.

Tremila persone ad un corteo ad Amendolara non sono poche. La CGIL non era sola. Accanto a Landini c’erano Elly Schlein, Nicola Fratoianni, Pasquale Tridico, Vittoria Baldino, quello che dovrebbe essere lo schieramento progressista.

Secondo Elly Schlein «sarebbe opportuno immaginare una procura specializzata contro le agromafie», ma anche «rafforzare la legge sul caporalato (quella del 2016) non soltanto mettendo più risorse e assicurando che sia attuata fino in fondo, ma anche prevedendo il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime di caporalato. E non si può più parlare soltanto di caporalato, ma bisogna parlare del padronato».

Serve tutto questo, indubbiamente, ma serve moltissimo anche quella che Landini ha chiamato una rivolta morale. Noi ci dobbiamo non solo indignare, ma agire. Forse una strada è non piegarsi in nessun settore al lavoro in nero. Insomma, anche quando, anche titubanti, diciamo all’elettricista che vogliamo la fattura, o ci rifiutiamo di pagare a ore senza contributi chi ci aiuta in casa, quando verifichiamo che se si fanno lavori in un condominio la ditta deve avere in suoi dipendenti in regola, diamo un contributo concreto alla legalità. Perché i nuovi schiavi immigrati, nostri fratelli sfortunati, sono vittime di un sistema in cui l’illegalità è tollerata, a volte incoraggiata. Noi di Articolo 21 sappiamo bene che serve sempre che ciascuno di noi faccia la sua parte, altrimenti gli ultimi resteranno sempre ultimi.

 


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