Il 22 luglio del 2011 il criminale neonazista Breivik, dopo aver fatto saltare in aria otto persone nel centro di Oslo soltanto come diversivo, sbarcava sull’isola di Utøya armato fino ai denti, travestito da poliziotto, ed assassinava con spietata efficienza sessantanove tra ragazzi e ragazze, colpevoli ai suoi occhi di lavorare per una Norvegia e per una Europa liberale, inclusiva, laica, democratica: erano membri della gioventù socialista norvegese.
Da allora il significato politico di quella strage, insieme alla miriade di atti terroristici di natura dichiaratamente emulativa che si sono verificati nel “nostro” Occidente, è stato scientemente obliterato per non allarmare le nostre opinioni pubbliche, preferendo, salvo alcune preziose eccezioni, liquidare questi fatti parlando di follia o addirittura collocandoli nel solco torbido dei cosiddetti “incel”. Rimando volentieri ed integralmente su questo punto alla illuminante intervista rilasciata il 20 luglio dal giornalista e amico Luca Mariani, tra i massimi esperti in Italia di questa tematica, a Daniele Unfer su L’Avanti!
Il quindicesimo anniversario della strage di Utøya pone un grave problema: se allora l’orizzonte descritto da Breivik, che prima di compiere la strage inviò il suo “manifesto” a circa mille indirizzi mail in tutta Europa (in Italia lo ricevettero la Lega e Forza Nuova), appariva come un orribile rigurgito nazionalista, suprematista, xenofobo, incapace di condizionare l’Occidente, e se le modalità violente, tanto più odiose perché agite a freddo contro giovani inermi, apparivano a loro volta come uno scandalo capace di attivare i più radicati anticorpi culturali, oggi non è più così, né per l’orizzonte, né per le modalità.
Sull’orizzonte: si pensi che Breivik nel suo manifesto (2011) profetizzava la remigrazione di massa degli stranieri, in particolare musulmani ovviamente, fissando come data entro la quale questa “liberazione” avrebbe dovuto essere compiuta il 2083, cioè il quarto centenario della cacciata da Vienna dell’esercito ottomano che minacciava di cancellare l’Europa per come l’avevamo conosciuta fino a quel momento. La remigrazione di massa, secondo Breivik, si sarebbe dovuta realizzare o con le buone (offrendo un chilo d’oro alle famiglie che se ne fossero andate) o con le cattive. È o non è il piano Trump (che offre al remigrante volontario mille dollari e il biglietto aereo)?
Sulle modalità: la normalizzazione della violenza come strumento ordinario, se non addirittura eroico, che fa il paio col disprezzo nel quale vengono inquadrati sempre più spesso lo Stato di diritto, la giustizia dei tribunali, le Organizzazioni internazionali, la legge democraticamente posta e necessariamente ancorata ai diritti umani universali, da riconoscere e non da attribuire da parte dello Stato, non è forse dilagante? La “morale” è chiara: la vita di chi si disprezza non ha valore e può essere annichilita senza conseguenze negative né sul piano etico, né su quello giuridico, né su quello politico: da Gaza a Mario Roggero, passando per Minneapolis, Taranto e Bologna.
Intanto la Questura di Lecco sanziona pecuniariamente i militanti antifascisti per aver interferito in maniera non violenta con una delle tante e sempre più “scortate” commemorazioni della Repubblica di Salò, mentre Trump prova a lanciare l’alleanza globale contro gli “Antifa”, pericolosi terroristi (generando di nuovo grande imbarazzo nel Governo Meloni).
Ma non volendo attribuire al criminale Breivik meriti che non ha rispetto alla capacità di orientamento e profezia, pongo una domanda: a chi giova davvero tutto questo? Qual è la posta in gioco? Io credo che abbia a che fare con il gigantesco movimento di concentrazione e accumulazione di risorse necessario a vincere nella competizione per l’IA, per i data center, per lo spazio. Questa accelerazione, paragonabile a quella che seguì alla “scoperta” delle Americhe, premierà i più veloci e i più spietati (come sempre). Questa accelerazione ha bisogno di abbattere gli ultimi freni inibitori, sia sul piano morale, in relazione al tabù dell’assassinio faticosamente almeno in parte ripristinato dopo l’orrore della Seconda guerra mondiale (“Mai più!”), sia sul piano giuridico, in relazione alle nostre democrazie fondate su Costituzioni rigide che impediscono alla maggioranza che esce vincitrice dalle urne di fare quello che vuole. Nessun potere è assoluto per le nostre democrazie. Su questo fronte c’è un filo che lega Musk, l’uomo più ricco del mondo protagonista della nuova colonizzazione, che per l’appunto interviene sui social scrivendo che la condanna a quattordici anni a Roggero se la meritano PM e giudici che hanno fatto i processi, e il famoso rapporto firmato da JP Morgan nel non troppo lontano 2013 che invocava il definitivo superamento delle Costituzioni “antifasciste” scritte dopo la Seconda guerra mondiale.
Questa è la posta in gioco, e credo che lo abbiano capito i milioni di elettori ed elettrici che sono andati a votare NO al referendum di marzo sulla giustizia. Ma perché questi elettori alle prossime politiche preferiscano votare il campo che si opporrà al club italiano di Musk, c’è bisogno di dirlo a chiare lettere, assumendo fino in fondo, con i migliori toni possibili, questa battaglia esiziale. Infatti le politiche alternative che il campo opposto auspica su lavoro, sanità, scuola, casa, trasporti presuppongono una società non segregazionista che mantenga vivo il tabù della violenza suprematista e insieme il desiderio per una società fondata su uguaglianza e libertà.
