Mentre migliaia di giovani albanesi scendono in piazza per difendere il proprio territorio, l’Europa continua a guardare altrove. Da una parte ci sono cittadini che protestano contro progetti considerati una minaccia per alcune delle aree naturali più preziose del Paese. Dall’altra c’è un governo che procede senza esitazioni, sostenuto da una rete di rapporti internazionali e da un silenzio politico che pesa quanto una dichiarazione.
Nelle stesse ore in cui il presidente del Consiglio europeo, António Costa, richiama l’Albania al rispetto dello Stato di diritto, dell’indipendenza della magistratura e alla lotta contro corruzione e criminalità organizzata, il governo di Edi Rama celebra i 35 anni della trasformazione dell’ex Partito Comunista nel Partito Socialista.
Due immagini che raccontano perfettamente il paradosso albanese: Bruxelles parla di democrazia e trasparenza, mentre sul terreno cresce la percezione di un Paese sempre più piegato agli interessi economici e politici.
Al centro della contestazione c’è il progetto immobiliare che coinvolgerebbe investitori internazionali, tra cui la figlia del presidente statunitense Donald Trump, previsto in una delle zone più pregiate e delicate dell’Albania. Per chi manifesta, però, il problema non è soltanto ambientale. La vera domanda è un’altra. Chi decide il destino dell’Albania? I cittadini che la abitano o i grandi investitori che arrivano con capitali e protezioni politiche?
Le piazze albanesi stanno denunciando qualcosa che va oltre la costruzione di resort, hotel o complessi turistici. Stanno denunciando un modello di sviluppo che rischia di trasformare il Paese in una merce da vendere al miglior offerente. Migliaia di giovani vedono il proprio patrimonio naturale diventare terreno di conquista per interessi esterni mentre le loro richieste vengono ignorate o minimizzate. E mentre cresce la mobilitazione popolare, il silenzio delle istituzioni europee diventa sempre più difficile da giustificare.
L’Unione Europea pretende giustamente riforme, legalità e trasparenza dai Paesi candidati all’adesione. Ma quando una parte della società civile denuncia decisioni considerate opache o imposte dall’alto, la voce di Bruxelles si fa improvvisamente più debole.
Ancora più evidente è il caso italiano. Il governo di Giorgia Meloni ha costruito con Edi Rama un rapporto politico privilegiato, trasformando l’Albania in uno dei principali partner strategici dell’Italia nei Balcani. L’accordo sui centri per migranti è diventato il simbolo di questa alleanza. Eppure, mentre migliaia di cittadini protestano per difendere il proprio territorio, da Roma non arriva alcuna presa di posizione significativa. Un silenzio che alimenta una domanda inevitabile.
Che fine fanno i principi della difesa della terra, della sovranità nazionale e della tutela delle comunità locali quando a essere coinvolto è un alleato politico?
L’Albania si trova oggi davanti a un bivio storico. Da una parte il percorso verso l’Unione Europea. Dall’altra il rischio che le scelte più importanti sul territorio vengano percepite come il risultato di accordi tra governi, investitori e interessi internazionali, piuttosto che della volontà popolare. Le migliaia di giovani che riempiono le piazze non stanno difendendo soltanto una spiaggia, una laguna o una riserva naturale.
La domanda che resta sospesa è semplice. Se l’Europa sostiene davvero la partecipazione democratica e la tutela delle comunità locali, perché oggi appare così silenziosa? E soprattutto: fino a che punto la sovranità di un popolo può essere sacrificata quando entrano in gioco interessi economici e alleanze politiche?
