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Aggressioni e minacce ai braccianti che si ribellano al regime di sfruttamento. Chi ha paura del cambiamento

 

Colpiti da sassaiole mentre vanno al lavoro all’alba, in bici, a raccogliere i pomodori e i cocomeri per noi “fortunati” che la settimana seguente li andremo a comprare al supermercato, comodamente, in auto, con l’aria condizionata al massimo. L’indifferenza verso la condizione di sfruttati che vivono i braccianti stranieri è stata sostituita dalla violenza gratuita o forse c’è qualcosa di diverso e ancora più perverso. Le aggressioni coincidono con una maggiore coscienza dei diritti che si va facendo spazio nella vastissima comunità di lavoratori immigrati impiegati in agricoltura in Italia e in specie nelle regioni ad alta vocazione agricola. In provincia di Foggia in dieci giorni si sono registrate nove aggressioni in danno di braccianti e alcuni sono stati colpiti con pietre lanciate contro di loro da soggetti che per ora restano ignoti. Secondo la Cgil nelle campagne attorno a Foggia c’è un pesante clima intimidatorio nei confronti dei braccianti agricoli che si traduce sempre più spesso in atti di violenza e minacce. Situazione assai simile anche nell’agro pontino dove molti braccianti indiani hanno deciso di denunciare lo sfruttamento che da anni sono costretti a subire e per questo vengono minacciati. “O ritiri la denuncia o avrai guai seri, di sicuro non lavorerai più”.  E’ come se una regolarizzazione di uno dei più grandi sistemi di sfruttamento del lavoro in Italia non fosse “gradito” a chi finora ha lucrato su questa rete di illegalità capillare. Liberare l’agricoltura dal caporalato è un problema economico: le leggi recenti, le prime sentenze, una coscienza allargata sui diritti sono viste malissimo dalle organizzazioni criminali che, a questo punto, lanciano il guanto di sfida tramite la violenza. Anche su questo fronte il “caso Latina” fa scuola, poiché le minacce ai migranti stanno arrivando proprio nel momento in cui si sta applicando un protocollo di otto misure volute dalla Regione Lazio per sostenere l’emersione dal lavoro nero e dal caporalato. A questo scopo dal primo luglio sono partite le linee gratuite di bus del trasporto pubblico regionale e di quattro Comuni che dalle 4 del mattino alle 19 collegano i principali borghi in cui c’è agricoltura intensiva e massimo impiego di braccianti. La tessera per viaggiare gratuitamente viene rilasciata ai lavoratori con contratto, una misura per spingere alla regolarizzazione e che si unisce ad altri interventi come la distribuzione di migliaia di volantini in cinque lingue sui diritti del lavoro in agricoltura, oltre ad uno sportello dedicato presso gli uffici per l’impiego di tutta la provincia di Latina. Un percorso difficile ma significativo per uscire dalla rete strettissima del caporalato che da queste parti fa registrare situazioni drammatiche. Circa diecimila braccianti indiani vivono dentro baracche, stalle, tuguri di fortuna e vengono retribuiti al massimo 4 euro l’ora per 12 ore al giorno. Finora il primo  mezzo di trasporto è stata la bicicletta e sono decine i morti sulle strade ogni anno; a seguire i pulmini insicuri e sgangherati dei caporali. Per questo l’introduzione di corse gratuite della società pubblica Cotral ha rappresentato una sorta di rivoluzione, o di liberazione, in un percorso ancora lungo ma finalmente possibile. Ed è il motivo per il quale, in contemporanea, crescono le minacce contro chi vuole soltanto affermare i diritti.

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