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Arrestato Julian Assange. L’appello di Rsf

 
Reporters sans frontieres negli stessi minuti in cui è stata battuta la notizia dell’arresto di Julian Assange ha lanciato un appello alle istituzioni britanniche perché rispettino la libertà di espressione e per la protezione del ruolo dei giornalisti. https://rsf.org/fr/actualites/arrestation-de-julian-assange-rsf-appelle-le-royaume-uni-respecter-le-principe-de-protection-des
In queste ore si susseguono le dichiarazioni preoccupate delle principali organizzazioni di tutela dei diritti umani. Julian Assange è stato arrestato giovedì mattina  e portato via dall’Ambasciata ecuadoriana a Londra. Un’azione resa possibile dopo che il Governo dell’Ecuador ha ritirato lo status dell’asilo politico al fondatore di WikiLeaks che gli era stato concesso dal precedente presidente, Rafael Correa che aveva autorizzato lo status di rifugiato mentre Assange era libero su cauzione nel Regno Unito per alcune accuse di aggressione sessuale avviate in Svezia.L’attuale presidente del Paese sudamericano, Lenín Moreno, ha giustificato la sua scelta su Twitter e ha detto che “lo status di rifugiato ad Assange è stato revocato dopo le ripetute violazioni alle convenzioni internazionali e ai protocolli di vita quotidiana”. Per WikiLeaks, come per numerosissime organizzazioni internazionali che in queste ore si stanno mobilitando, invece, Moreno ha agito illegalmente violando il diritto internazionale. Un comunicato ufficiale della polizia londinese afferma che Assange “è stato preso in custodia in una stazione di polizia del centro di Londra dove rimarrà, prima di essere presentato davanti alla magistratura di Westminster non appena possibile. La polizia metropolitana di Londra aveva il dovere di eseguire il mandato, a nome della magistratura di Westminster,in seguito al ritiro dell’asilo da parte del governo ecuadoriano”. Questo epilogo arriva dopo che il fondatore di WikiLeaks ha trascorso sette anni all’interno di quella Ambasciata per evitare l’estradizione in Svezia. A sollevare il velo su quella che era evidentemente una situazione assurda era stata nelle scorse settimane la giornalista Stefania Maurizi che insieme ad un team di media internazionali ha lavorato fin dal 2009 con Julian Assange e con la sua organizzazione, WikiLeaks, al rilascio di tutti i documenti segreti, a partire dai file sulla guerra in Afghanistan (Afghan War Logs), dai cablo della diplomazia Usa (Cablegate) e dalle schede segrete dei detenuti di Guantanamo (GitmoFiles), fino alle rivelazioni più recenti sulla missione europea in Libia contro i trafficanti di migranti e sullo spionaggio dei leader francesi ed europei da parte della National Security Agency (Nsa). Suo è il più ampio contributo sugli archivi di WikiLeaks, grazie al libro “Dossier WikiLeaks – Segreti Italiani” (Bur Rizzoli – 2011). La Maurizi aveva sollecitato un intervento delle associazioni di giornalisti europei e della vicenda si è occupata anche la Federazione della Stampa Italiana. Quasi un presagio della brutta svolta di queste ore. Le accuse più dure arrivano dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti secondo cui Assange avrebbe cospirato con Chelsea Manning per entrare in una rete di computer segreta del Pentagono. Intanto il video della cattura, con Assange che viene trascinato fuori dalla polizia, sta facendo il giro del mondo. Lui molto invecchiato rispetto alle foto che circolavano fino a ieri, la barba lunga e incolta ma ancora capace di un gesto di fiducia, con il pollice alzato verso i fotografi.In gioco ci sono i diritti e il ruolo dei giornalisti e dell’informazione. Proprio di questo era preoccupata Stefania Maurizi quando chiedeva di illuminare la storia di Julian Assange e la sua condizione di rifugiato in quella Ambasciata.

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