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Gli orchi non esistono

 

Da bambino credevo che due anziani vedovi che abitavano in case vicine alla mia fossero orchi. Uno era l’«orco buono» e l’altro era l’«orco cattivo». Sull’orco cattivo ero libero di proiettare tutte le mie paure e i miei fantasmi infantili. L’altro invece era il capitano delle mie sicurezze e dell’ordine nel mio piccolo mondo.

La paura dell’orco cattivo è divenuta oggi una strategia per il successo e il consenso. Il cittadino che ha paura è facile preda di chi gli si presenta come il capitano dell’ordine. Non delle «forze dell’ordine», ma dell’ordine della forza, proposta come la soluzione di tutti i problemi. Si innalzano i toni della conflittualità, si esagera il disordine, si agitano gli animi della gente con la proiezione di scenari inquietanti… e questo basta per creare il caos, che dunque richiede un «orco buono» per essere domato. È un po’ come la storiella delle ditte di antivirus che creano i virus per vendere le loro soluzioni. La riflessione politica, dunque, sarà irrilevante se non entra in contatto con le paure dei nostri contemporanei che sono attratti dal virus prodotto dalla cultura populista.

Chi sarà in grado di far capire che la sicurezza è l’esatto opposto della ossessione securitaria? Chi riuscirà ad aprire gli occhi di chi davvero si illude che solo conducendo i richiedenti asilo nel buco nero della clandestinità le nostre strade saranno davvero più sicure? Comprendiamo bene la reazione di alcuni sindaci italiani: la speranza ha bisogno di concretezza e di gestione della realtà, non di fantasmi.

Qual è il rischio del credere al fantasma dell’orco cattivo? Che a furia di trovare oggetti (e persone) sui quali proiettare istinti, pulsioni e risentimenti venga meno quel senso di cittadinanza italiana che è fatto da sempre e comunque di ideali, valori e tradizioni che caratterizzano l’umanità del nostro Paese.

Il presidente Mattarella nel suo discorso di fine anno ha affermato una cosa fondamentale: l’importanza di «riconoscerci comunità». Infatti, «la vera sicurezza si realizza, con efficacia, preservando e garantendo i valori positivi della convivenza». Il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio – ha scritto pure il Papa nel suo Messaggio per la giornata mondiale della pace – è uno di quei vizi della politica che «sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale».

Non sarà un orco buono a proteggerci dal male, dunque, ma la solidarietà – di cui il nostro Paese è ricco – e il «calore umano» e popolare «“dell’Italia che ricuce” e che dà fiducia», per usare le parole del Presidente. L’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una «comunità» nazionale non ha nulla a che vedere con il senso di una identità fondata su una presunta coesione etnica.

Questo senso tutto italiano di solidarietà e di convivenza è la base spirituale e culturale che preserva il nostro sentimento di umanità. Allora anche gesti piccini piccini come quello di un amministratore pubblico che butta in un cassonetto la coperta di un «barbone», vantandosene sui «social», è in realtà tragico, perché il gesto nella sua piccolezza testimonia come quella base spirituale e culturale – e dunque popolare – si stia erodendo.

L’altro amministratore che derubrica a «scherzo» una filastrocca lesiva della dignità di una persona che soffre, compie un atto grave soprattutto perché lo giustifica come non offensivo dicendo: «è quello che tutti gli italiani pensano». Che cosa sarebbe, dunque, questa? La certificazione notarile del trionfo del disumano tra noi?

L’appello che risuona è allora certamente anche etico, oltre che politico, ma è anche un appello all’immaginazione. Perché – dobbiamo finalmente averlo ben chiaro in mente – l’orco buono e l’orco cattivo non esistono.

*direttore rivista “Civiltà Cattolica” (articolo pubblicato sul settimanale “Famiglia Cristiana)

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