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Meglio morire che tornare a mani vuote

 

Quando pochi giorni fa ho salutato Yussuf e Ousman al confine tra Gambia e Senegal, li ho chiamati “fratelli”. Mi è venuto naturale dopo 10 giorni di viaggio nel cuore di due dei paesi africani in cui ci è capitato di tutto e questo “tutto” lo abbiamo superato e affrontato grazie a loro.
Yussuf  e Ousman sono due giovani gambiani di 19 e 28 anni, nati nei quartieri periferici della capitale Banjul. Aree per lo più abbandonate di uno dei paesi più poveri al mondo. Il pil pro capite è di un euro e cinquanta al giorno, circa 500 euro l’anno.
I vicoli delle strade dei villaggi periferici si dipanano su strade non asfaltate con le fogne a cielo aperto che straripano ad ogni violenta pioggia della stagione umida, mescolando il fango alle acque reflue. La terra diventa una poltiglia di sostanze indefinite sulle quali si cammina, i bambini spesso senza scarpe. In alcuni tratti, i villaggi non sono che bidonville in cui la povertà si tocchi con mano.

Le famiglie vivono tutte insieme in stanze costruite intorno ad un atrio dove si svolge la vita di tutti i giorni, gioie e dolori: genitori, figli, mariti e mogli dei figli, nipoti e nipoti dei nipoti . E sempre tutti insieme si condivide la sorte del figlio o della figlia, considerati più forti, destinati a lasciare casa per cercare fortuna nel mondo degli occidentali, dei bianchi. Un mondo a molti sconosciuto o falsato dalle immagini viste in TV o sui social. L’Europa così diventa un mito, un Eldorado, ci dicono quelli che lo hanno visto questo mondo e vissuto comprendendone i pregi ma anche i difetti.
Yussuf e Ousman sono stati scelti per andare a vedere quel mondo: e le loro famiglie, come fanno tutti, hanno raccolto tutto quello che potevano per pagare i trafficanti. Perché ai gambiani , come a molti altri africani, il visto per un viaggio turistico, o per motivi di studio, l’Europa non lo concede se non in casi eccezionali. Per sono il poliziotto della stazione di frontiera, mettendomi im visto di ingresso mi chiede se posso aiutarlo ad avere un visto turistico.
“Tu che sei giornalista, mi puoi aiutare a venire in Italia – mi dice mentre mi  timbra il passaporto –
Io non sono mai uscito da qua e mi piacerebbe vedere Roma. Ma non mi fanno entrare …”

E se il visto non lo danno ad un poliziotto figuriamoci ad un ragazzo qualunque. Perciò, largo ai trafficanti.
“Funziona così – ci dice il più giovane Ousman – si vende una macchina, un terreno, qualsiasi cosa. Se non basta si fa la colletta con altre famiglie di amici ai quali si promette poi di restituire tutto facendo anche un regalo. I soldi poi si danno ad un mediatore gambiano che ne consegna   subito una parte al trafficante mentre, l’altra la tiene li finché il migrante non avrà terminato il viaggio. Se non si arriva (se non si muore prima, ndr) il resto dei soldi viene restituito alla famiglia”.
A quel punto, chi arriva a destinazione dovrà impegnarsi per restituire la cifra investita e per continuare poi a mantenere la famiglia.
Considerato che lo stipendio medio per sopravvivere in Gambia è meno di 100 euro al mese, basterebbe poco nell’Eldorado Europa per mantenere l’impegno. Ma nel Vecchio Continente, accoglienza e protezione sono un terno al lotto. Se si è fortunati si finisce in centri di accoglienza come quelli di Yussuf e Ousman, gestiti con onestà e lungimiranza, dove i ragazzi più volenterosi vengono seguiti per avviarli ad attività in Italia o tornare a casa con un progetto e un futuro. Se la sorte, dopo anni di sofferenze in Libia, si accanisce anche dopo aver superato il Mediterraneo, si finisce invece nei campi a raccogliere frutta e verdura sotto gli abusi dei caporali, a chiedere l’elemosina, o peggio a delinquere. Finendo in una spirale che ti può uccidere la psiche.

Pochi giorni dopo aver lasciato Yussuf e Ousman al confine con Banjul, arriva la notizia del giovane gambiano che si è tolto la vita in provincia di Taranto, perché gli hanno rifiutato la richiesta di asilo. Dopo essere stata nei luoghi da lui lasciati per cercare fortuna, capisco che deve essergli caduto il mondo addosso. E quando gli hanno detto che forse neanche con il ricorso ce l’avrebbe fatta e che doveva essere pronto a tornare a casa,  Amadou Jawo, 22 anni, ha preferito morire che tornare a casa mostrando a tutti l’onta di quello che per lui e per la sua famiglia era un fallimento.
Servono poche migliaia di euro per il funerale e per consegnare la sua salma alla famiglia. Spero che ad Amadou almeno questo possa arrivare dal cuore buono degli occidentali che non lo hanno saputo  accogliere.

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