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Perché è fondamentale abolire il prima possibile il numero chiuso a Medicina

 

Nel comunicato stampa che annuncia la manovra economica il governo ha inserito a sorpresa l’ abolizione del numerochiuso nei corsi di laurea in Medicina.

Martedì mattina i dirigenti di entrambi i ministeri competenti sulla materia, quello della Salute e quello dell’Istruzione, hanno commentato con sorpresa l’annuncio dicendo che non erano stati avvertiti di nulla. La schizofrenia del metodo di presentazione dell’ipotetico provvedimento è stato superato solo successivamente dalla schizofrenia dei commenti del mondo intero…

C’è però una considerazione da fare prima di avventurarsi in qualsiasi commento: perchè nella prima, vedendo dalle fibrillazioni governative di queste ore forse anche l’unica, manovra economica di questo strano Governo si è inserito- all’ultimo e senza consultare nè informare i Ministri competenti- l’annuncio della fine del numero chiuso per la facoltà di Medicina?

“Perchè in 18 anni di numero chiuso (il compleanno della maggiore età è appena stato ‘festeggiato’) si sono accumulati abbastanza ‘trombati’ al test per avere un consenso nel Paese!” commenterà l’inacidito di turno.

La realtà, come spesso accade, incrocia più fattori: sicuramente la grande attenzione dei 5 stelle per qualsiasi movimento di protesta semiorganizzato (la loro base elettorale più difficile da conservare ora che sono al Governo), la grande attenzione di un pezzo di Lega sull’argomento già da qualche anno (è almeno un quinquiennio che il governatore del veneto Zaia ogni settembre tuona sulle agenzie di stampa contro il test) ma soprattutto un’opinione pubblica che- negli anni- è stata indirizzata ad un’antipatia diffusa per i test di ingresso di numero chiuso e programmato che hanno portato l’ istruzione universitaria ad essere strozzata nel collo dell’imbuto dello sbarrimento pregiudiziale, ancora prima di mettere piede in una facoltà universitaria.

Chiunque, dalla casalinga di Voghera al medico specializzando che ha cambiato idea sul test nel momento in cui ha saputo di averlo superato, riconosce che il test di ingresso nazionale per accedere alla facoltà di medicina non è il miglior modo per selezionare i medici del domani. Chiunque in cuor suo lo sa e chi non lo ammette mente sapendo di mentire. E questo basterebbe per essere molto contenti di quella nota stampa, di quella fuga in avanti.

Secondo me il merito di essere arrivati a forzare un po’ (tanto) la mano in questo modo, perchè sicuri di recuperare diffuso consenso, è di chi non ha mai rinunciato alla battaglia culturale contro il test e un’università chiusa. Mai, neppure quando 18 anni fa si era in quattro gatti, soli ed isolati. Credo che per le singole persone che hanno fatto parte di quella grande storia del sindacato studentesco sia una bella giornata, a prescindere: il merito di organizzare una mobilitazione permanente sull’argomento, la controinformazione capillare, l’aver organizzato negli anni centinaia di ricorsi facendo partecipare migliaia di studenti solo per dimostrare la fallacità dello strumento che regolava il sistema (ah si: perchè i ricorsi si facevano per quello, qualora qualcuno se lo sia perso il vero motivo), la denuncia cruda ai sistemi organizzati costruiti scientificamente per aggirare con facilità il test (basta un assegno circolare a quattro zeri), la lotta senza paura ai grandi interessi politici ed economici che il test- per come è oggi- ha sempre coperto a avvantaggiato.

Poi, e qui entriamo dibattito vero, basato su preoccupazioni reali e non inventate, c’è tutta la discussione sul giorno dopo l’abolizione: su come si può inasprire una evidente selezione in itinere più che necessaria (che, se Dio vuole, è compito dei professori universitari), il tema dell’aumento delle risorse e delle strutture per quel che riguarda sia il sistema pubblico universitario che il Sistema Sanitario Nazionale, c’è il tema sempre troppo accantonato di che ruolo dovrebbe svolgere lo Stato nell’indirizzo della scelta universitaria per i giovani maturati (fondamentale se mai avessimo un piano Industriale statale e perchè no, su un’indicazione su che tipo di lavoro pubblico serva al Paese), il tema non secondario del secondo imbuto del sistema cioè delle borse di specialità e del loro aumento più che necessario, della qualità di apprendimento da garantire agli studenti specie dal terzo anno quando inizia il tirocinio. E aggiungo una serie di battaglie culturali ancora da affrontare: smontare un po’ di elitarismo di determinati ambienti, distruggere l’idea che l’università serva solo per occupare posti di lavoro già esistenti e non per provare a generare posti di lavoro che oggi non esistono (e questo vale anche per le facoltà professionalizzanti), l’idea che chi si avventura al primo anno di medicina non abbia sicuramente un camice bianco garantito e una vita in discesa dopodomani (anche perchè-per la cronaca- già ora non è così) e che la realizzazione sociale e personale possa passare da tantissimi nobili lavori che non siano medico o avvocato. Tutte cose che la destruttarazione del numero chiuso in uno o due anni, con un nuovo sistema costruito insieme a chi vive il sistema formativo nazionale nei diversi ruoli e a chi lo studia da vent’anni, può aiutare. Tutto giustissimo, tutto fondamentale nella complessità del suo insieme, tutto assolutamente da fare: tutto assolutamente da fare poi però.

Prima abolizione del numero chiuso e del puzzo insopportabile che si trascina dietro da 18 anni di ingiustizie e che- questo sicuro- è giusto che parte della società non sopporti proprio più.

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