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Ilva Taranto: e non si finisce di morire di lavoro

 

Ennesimo incidente. Muore un operaio.
Stabilimento Ilva di Taranto, muore Giacomo Campo, un operaio di una ditta di appalto, la Steel Service, in un sabato mattina. Erano le 6:45, del 17 settembre 2016, nel reparto Afo4 del siderurgico.

Solo ieri sera col fotoreporter eravamo nel terrazzo di un palazzo di fronte a Ilva per fotografare da un’altra angolatura fumi, polveri, sentendo l’odore della morte dipinta di rosso, come il minerale depositato ai bordi del terrazzo. Non immaginavamo che a poche ore avremmo raccontato tutto questo.

Fonti sindacali dicono che l’operaio stesse operando sul nastro trasportatore, che la parte finale di un contrappeso pare abbia ceduto, un carrello precipita e schiaccia Giacomo, morto di lavoro a 24 anni. Sul luogo dell’incidente sono giunti gli ispettori del lavoro, i carabinieri e i vigili del fuoco che hanno avuto il triste compito di liberare il corpo dell’operaio, incastrato nel nastro trasportatore assassino.

Il ragazzo stava effettuando la pulizia del nastro con alcuni colleghi. Le operazioni di manutenzione al sistema di depolverazione Stock house dell’Afo4, secondo la Fiom Cgil, erano iniziate alle 5 di mattina, e la dinamica dell’incidente è ancora tutta da capire. L’operaio sarebbe rimasto schiacciato e incastrato negli ingranaggi e sono stati i colleghi di lavoro a dare l’allarme e a chiamare i soccorsi. Per Giacomo non c’era scampo. E’ morto in un giorno di lavoro, di metà settembre, in una fabbrica che uccide, inquina, uccide nei modi che può, tra incidenti e tumori, che non lascia spazio a molte altre considerazioni, se non questa: perché continua a funzionare una fabbrica che produce solo debiti e morte?
Il governo lo sa che inquina, lo sanno tutti, pure le pietre. E non può essere sicura se ci muore un ragazzo di 24 anni, ultimo di una lista interminabile.
Taranto paga, ancora, sempre, da sempre, per cosa? Per nulla, perché ciò che produce Ilva è solo una montagna di debiti e morte.
“I decreti Iva, dichiarando strategico per l’economia nazionale l’impianto Ilva di Taranto gestito oggi dal governo perché i commissari sono di nomina governativa , hanno cambiato il senso del concetto del diritto alla salute perché, pur prendendo atto che la fabbrica uccide e quindi è pericolosa per la salute pubblica come sostenuto dalla Procura della Repubblica e dai giudici di Taranto, si è ritenuto di far continuare il funzionamento della fabbrica per questa ragione “. Questo lo dichiarava in una intervista solo un paio di giorni fa il presidente della regione Puglia Michele Emiliano, e continuava affermando che “per la città di Taranto è arrivata la fine, lo dico in modo pacato, perché quando uno è veramente al limite non è neanche necessario che gridi o che protesti. Io penso che tutti i nostri interlocutori, compreso il presidente del consiglio, sappiano e abbiano capito che la partita è finita e che adesso bisognerà stabilire cosa fare. Noi non ci stiamo più …
Poco conta dal punto di vista giuridico, dal mio punto di vista, che la legge abbia individuato una sorta di impunità, innanzitutto perché l’impunità per omicidio è anticostituzionale , quindi chiunque stia compiendo atti che in qualche modo rischiano di determinare la morte di persone non può sfuggire, non è concepibile una legge che renda non punibile una lesione dell’altrui persona, ma soprattutto c’è una responsabilità politica gravissima di fronte alla storia e anche di fronte alla contingenza economica. Divideremo in Italia chi ancora ragiona secondo il principio della civiltà giuridica, ponendo la persona umana al centro del suo ragionamento, al centro dell’universo dei diritti e oltre che dei doveri; perché i tarantini il loro dovere di sopportare questa fabbrica lo hanno fatto per 60 anni, però adesso che abbiamo scoperto che quello che veniva loro imposto li uccide, è giusto che qualcuno, come già sta avvenendo, chieda anche in loro favore un risarcimento nei confronti dello stato”.

Qualcuno fermi tutto questo, qualcuno ascolti la voce di una terra stanca di subire, perché non si debba ancora morire così, di lavoro o di cancro, per una fabbrica che non serve a nessuno, e come per la mafia, non si comprende perché il silenzio scende su questo scempio.
Ilva è un mostro che sta sbattendo gli ultimi colpi di vita, si dimena, fuma ancora e di notte regala scenari infernali. Si, è un inferno in cui si muore per duplice motivo, per avvelenamento e per insicurezza. Chi può fermi la fabbrica, un rottame di ruggine e polvere, di debiti e morte.
E se ancora qualcuno dice che da’ lavoro, qualcun altro abbia il coraggio di gridarlo, che di lavoro così non ne abbiamo bisogno, perché di lavoro oggi ci è morto un figlio.
Taranto- Ilva: una partita persa sulla pelle dei tarantini. Vola il minerale ancora, e ci accarezza il viso, donandoci un po’ di colore, tingendo le nostre lacrime di rosso, e poca voglia resta di scrivere ancora.

Foto di Vincenzo Aiello

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