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Diffamazione: no al carcere, niente bavaglio al web, querele temerarie. Intervista a Walter Verini relatore della legge alla Camera

 

“Il provvedimento che modifica il reato di diffamazione a mezzo stampa e che, tra l’altro, eliminerà finalmente la pena del carcere per i giornalisti, non è la sede per discutere e affrontare il tema della pubblicazione delle intercettazioni”. Lo annuncia l’On. Walter Verini, capogruppo Pd in Commissione Giustizia. In settimana torna all’esame della Commissione il provvedimento sulla diffamazione di cui proprio lui è relatore. Si discuterà degli emendamenti. Poi, a giugno, il provvedimento arriverà in aula.

A che punto siamo?

Siamo alla fase in cui il relatore esprime parere su emendamenti. Li stiamo perfezionando. Ci sono temi caldi che interessano il mondo dell’informazione.

Puoi anticiparci qualcosa?

Con l’accettazione o la richiesta di riformulazione degli emendamenti andremo di certo a cambiare il testo che è uscito dal Senato. Rimane intatta la cancellazione della pena del carcere per i giornalisti che era ed è un risultato importante. Cancelliamo così quella barbara eredità di regimi autoritari oscurantisti. E rispondiamo finalmente all‘Europa che ci aveva chiesto un intervento in tal senso. Su questo punto c’è convergenza totale di tutte le forze politiche.

C’è chi prova a fare entrare nel provvedimento, con qualche emendamento, il tema delle intercettazioni…

Respingerò tutti gli emendamenti che puntano a inserire in questo provvedimento la impubblicabilità delle intercettazioni. L’ho ripetuto più volte, pubblicamente e ai colleghi che li hanno presentati. Non è questa la sede, non è all’interno del provvedimento sulla diffamazione che dobbiamo discutere di questo. La sede è quella del dibattito per la riforma della giustizia penale. E, tra l’altro, io ho un preciso giudizio.  Guai a toccare le intercettazioni per le indagini. Anzi, per le Procure dovremmo allargare questa possibilità. Si deve normare  il tema del rapporto tra libertà di informazione e privacy, e spero che tutte le eventuali modifiche che potrebbero venire introdotte all’attuale legislazione vengano comunque concordate con i rappresentanti del mondo dell’informazione: la Federazione Nazionale della Stampa,  l’ordine dei giornalisti, le associazioni che si occupano della tutela dell’informazione come Articolo 21 ed anche quelle che si occupano dei diritti dei cittadini.

Non sarà una discussione semplice…

Si deve partire dalla constatazione che il diritto alla privacy, quella vera, deve valere per tutti, non solo per esponenti politici. Faccio un esempio: sulla violazione della privacy vedo grandi proteste da parte dei politici quando si pubblica il loro privato. Ma non mi pare che nessuno protesti per la violazione della privacy con la pubblicazione di intercettazioni private di Borsetti, nel caso Gambirasio. Intercettazioni che sono al di fuori di quelle utili all’accertamento della verità.

Ma fino a che punto si può parlare di “Privato” e “Privacy” per un personaggio pubblico, per un politico?

Un uomo pubblico, un politico è evidente che non può essere messo in piazza nelle cose intime e private. Ma anche vero che i comportamenti di un  uomo pubblico possono essere un elemento per definire il suo profilo di fronte ai cittadini che lo hanno eletto. Di questo “di più” di trasparenza spero che se ne terrà conto nelle consultazioni col mondo dell’informazione e dei diritti dei cittadini e poi, dopo, nelle decisioni legislative.

Torniamo alla diffamazione. Il lavoro al Senato aveva prodotto l’alzata degli scudi del popolo della rete. Normative troppo strette per i blogger, bavaglio. Queste alcune delle accuse emerse. Che si farà?
Ci sono emendamenti del Pd sui blogger. Pensiamo alla cancellazione integrale di tutto articolo 3 introdotto dal Senato. Ci sono pareri comuni e ampia maggioranza in commissione. Il tema della rete è enormemente complicato e complesso. Ricordo che c’è al lavoro una commissione istituita dalla Presidente della Camera Laura Boldrini . Quella è la sede opportuna della discussione visto che si sta discutendo di come regolamentare la rete. Abolendo l’articolo 3 introdotto al Senato, togliamo quello che è stato definito il bavaglio ai blogger e alla rete. Resta comunque l’esigenza codificata di applicare le nuove normative ai siti on line registrati in tribunale sulla base dell’articolato sulla legge della stampa. Le testate on line saranno regolate come tutte le testate tradizionali. Penso che sia corretto poiché sono iniziative editoriali strutturate, chiamate anche al rispetto delle regole deontologiche.

Però qualcuno parla ancora di forzatura.

Per me è responsabilizzazione. D’ora in poi i giornalisti non finiranno in carcere. Ci saranno sanzioni – e stiamo discutendone la dimensione per giornalisti in caso di diffamazione a mezzo stanpa – ma davanti a questa nuova normativa, ci sarà maggiore responsabilità nel verificare le fonti. Ne guadagnano anche il sistema dell’informazione e i cittadini.

Certo, anche se poi, per definire un bilanciamento nei meccanismi di “ricatto” nei confronti di editori e giornalisti con la schiena dritta, alcuni agiscono con querele in sede civile. Ecco, per le querele temerarie ipotizzate interventi?
Ci sono emendamenti che Ermini e Fava in parte presentano e riprendono quelli bocciati al Senato e che erano stati presentati da Felice Casson.  In qualche modo prevedono sanzioni per l’autore di querele temerarie che andranno a finanziare la cassa delle ammende o il giornalista temerariamente querelato. Emendamenti diversi. L’idea è quella di colpire le querele temerarie. Dobbiamo però stare attenti ad acquisire gli emendamenti. Le proposte emendative devono essere supportate e bilanciate, ovvero non devono stabilire che di fronte alla legge alcuni cittadini siano diversi da altri. La querela temeraria non riguarda solo i giornalisti ma tutti. Poi c’è la particolarità nel campo dell’informazione, dove ci può essere chi tenta di far tacere quegli organi di informazioni che hanno il coraggio di fare inchieste. Per questo ci deve essere un “di più” di attenzione sulla temerarietà in questo settore.

Un tema che ha fatto discutere il Senato è stato anche quello della rettifica come causa di impunibilità.
Vale la pena fare un esempio per farci capire da chi legge. Se io scrivo un articolo su Tizio e lui si sente diffamato, Tizio scrive una rettifica dicendo: “caro giornale se non pubblichi questa rettifica io ti querelo“ . Se il giornale la pubblica con lo stessa visibilità con cui ha pubblicato l’aarticolo che ha fatto scaturire la rettifica, ciò diventa causa di impunibilità. Ma si richiedeva che tutto avvenisse senza commento dal parte del giornale. Stiamo lavorando affinchè vi sia una maggiore tutela del giornalista e del giornale prevedendo che ci possano essere delle repliche magari non all’interno dello spazio di rettifica ma in un luogo distinto.

Potete in qualche modo intervenire sui casi dei giornalisti querelati di giornali falliti che si trovano a dover rispondere in solido per conto anche dell’editore di querele maturate prima del fallimento della testata. C’è il caso dell’Unità, quello più eclatante. Ma è cosa che riguarda anche altri colleghi di testate che non ci sono più.
E’ assurdo che in caso di fallimento della testata a pagare le conseguenze di querele in sede civile rimanga solo il giornalista. Sembra che ci possa essere un emendamento di merito. L’ipotesi al vaglio è che in caso di fallimento coloro che vantano crediti, anche eventualmente derivanti dal giudizio in sede civile, possano essere creditori prioritari al pari di altri. Ed anche in questo caso bisogna intervenire con attenzione perché si rischia di intervenire su una materia che va oltre la legge sulla diffamazione e porta a modifiche in sede di legislazione civile.

C’è una linea guida che vi siete dati in Commissione per la definizione della legge?
Un doppio segnale e una doppia attenzione: da una parte il principio della libertà di informazione. Ma insieme anche il diritto del cittadino a non essere volontariamente diffamato. Sapendo che la libera informazione resta un caposaldo della democrazia.

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