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Notizie alla deriva nel rapporto annuale dell’Associazione Carta di Roma

 
L’analisi puntuale fatta dal rapporto di carta di roma ci racconta che il 2013 è l’anno in cui il linguaggio cambia. La visita del papa a Lampedusa porta ad un cambio di passo: quelli che erano clandestini si trasformano in profughi, vittime di tragedie, poi diventeranno naufraghi in ottobre con il naufragio di Lampedusa. Diciamo che il racconto degli arrivi, il primo impatto con la migrazione visto soprattutto da Lampedusa, è fatto con un codice piuttosto standardizzato che utilizza parole chiave che si ripetono con grande frequenza: il barcone, lo sbarco, l’emergenza, il profugo. È un codice che ha una storia lunga e vorrei provare a ripercorrerla partendo da un episodio di 24 anni fa.
Ricordo che era la fine degli anni ottanta, a roma c’era una vecchia fabbrica abbandonata, una fabbrica di pasta sulla Casilina vecchia, che si chiamava Pantanella, dal nome della pasta appunto. Quel posto era stato occupato lentamente con il passaparola come accade a tutti i luoghi dove le persone costrette a nascondersi arrivano di nascosto, senza fare rumore. Non ci volle molto tempo perché quel luogo invece, di rumore ne iniziasse a fare molto. Successe quando il quartiere, e poi tutta la città, cominciò ad accorgersi che qualcuno era arrivato ad abitare quel luogo abbandonato.
Credo fosse anche quello un esempio di arrivo, di sbarco di migranti in una terra poco abituata a vederli organizzati, autonomi. Certamente sbarco di terra, è il primo a cui ho assistito con i miei occhi.
C’erano duemila persone li dentro e si erano organizzate come in un piccolo villaggio. Avevano diviso gli edifici per nazionalità, c’era un piccolo spaccio, c’era il bar, una moschea, piano piano costruirono anche un cinema che consisteva in una tv un videoregistratore e qualche film in vhs. Qualcuno lo chiamava laboratorio culturale, come quel grande uomo di monsignor luigi di liegro che ho avuto la fortuna di incontrare in quel posto, altri lo chiamavano la casbah, il ghetto, termini usati sempre in senso dispregiativo. Ricordo che alcuni abitanti del quartiere fecero una manifestazione sfilando tutti di fronte l’ingresso della pantanella con il naso turato. La storia della Pantanella durò a lungo tra l’ostilità di alcuni e il tentativo di comprendere e di accogliere di altri. Finì tutto una mattina d’estate, all’alba, quando arrivò la forza pubblica a sgomberare. Il piano del comune prevedeva la divisione dei migranti per etnie e individuava otto vecchie scuole in disuso dove sarebbero stati alloggiati. Erano tutte, manco a dirlo, in periferia, tiburtino, salario, prenestino, una anche a tor sapienza come fosse un annuncio di quanto sarebbe successo ventiquattro anni dopo. Era il 1990, la legge martelli era entrata in vigore da pochi mesi.
C’erano indiani, marocchini, pakistani, ghanesi, nigeriani, afgani, algerini li dentro, ma tutti, compresa buona parte della stampa, li chiamavano marocchini.
Ecco, quello era il principio in cui tutti gli stranieri erano marocchini, una definizione usata anche dai giornali, e naturalmente in televisione. Allora carta di roma non c’era e succedeva che un giornale del nord all’epoca, non ricordo che giornale fosse e sinceramente neanche voglio ricordarlo, fece un titolo su un incidente stradale e scrisse appunto: incidente stradale: morto un uomo e un marocchino. Quella era un po’ la sintesi perfetta del significato che si intendeva comunemente dare alla parola “marocchino” parola che faceva dei migranti un’unica massa indistinta, relegandoli in una categoria non umana. Era un modo generalizzato che usavano tutti, anche quelli che dicevano “in fondo che male c’è e poi io mica sono razzista”. Era un termine che derivava dall’assuefazione ad una concezione precisa del migrante dello straniero che un giornale aveva resa esplicita nel suo significato più feroce.
All’epoca a Lampedusa le barche già arrivavano, ma erano ancora poche. Per i grandi numeri si sarebbe dovuto aspettare un bel po’ e quando il numero degli arrivi sull’isola sarebbe poi diventato importante, i migranti, gli stranieri erano diventati altro: erano clandestini. Anche stavolta la definizione era diffusa e usata un po’ ovunque, soprattutto sui giornali, e naturalmente in televisione, anche da chi diceva “ma in fondo cosa importa, e io poi non sono certo razzista”. Questa però è storia più recente. L’assuefazione alla parola clandestino era determinata soprattutto dall’eco di una legge che definiva il reato di clandestinità e inquadrava quindi tutti i migranti come criminali.
Abbiamo detto che il termine clandestino è stato usato sempre meno dopo la visita del papa nel luglio 2013. Accanto al papa, agli occhi dei giornali tutti quelli che erano clandestini si trasformavano in profughi, vittime di tragedie, perseguitati. In quel momento c’è stato un cambio di visuale, non un cambio di prospettiva come sarebbe stato necessario, ma i clandestini quantomeno diventavano vittime. Da qui a diventare persone piuttosto che numeri il passo da fare restava ancora lungo.
L’errore più grande commesso nel racconto di chi arriva dal mare è sempre stato quello di trovare definizioni di comodo, condivise, che consentivano di esprimere in una sola parola l’insieme di quello che avevamo di fronte. Marocchini, clandestini, ma anche stranieri, i migranti. Sono parole indefinite che danno l’immagine di un insieme indefinito. Come dice stefano trasatti direttore di redattore sociale, “Non esistono parole sbagliate, esiste l’uso sbagliato delle parole”.
“Morto un uomo e un marocchino “ è un esempio di parole usate male e di grande malafede. È pur vero però che i termini usati da sempre per chiamare i migranti portano a degli automatismi a volte inconsapevoli.
All’inizio erano tutti marocchini. Poi sono diventati extracomunitari, un termine geopolitico che sembrava politicamente corretto, ma in effetti era extracomunitario solo chi non era bianco (gli americani ad esempio non sono mai stati extracomunitari nel linguaggio comune, tantomeno gli svizzeri). Infine clandestini. C’è quasi sempre un accezione negativa che viene data alle parole usate per definire i migranti.
La questione è quale significato vogliamo dare a ciò che diciamo. Possiamo scegliere di essere muro o di essere ponte, se separare e incattivire, oppure agevolare la comprensione reciproca possibilmente anche evidenziando le responsabilità di ciò che non funziona.
Io sono convinto che il nostro ruolo è quello di fare da ponte, i muri sono troppo pericolosi e poi sono ottusi e sono sterili. E anche noiosi. Per quanto mi riguarda l’esistenza dei muri si spiega solo con la curiosità che il muro suscita nel guardare cosa c’è oltre, e quindi l’esigenza di scavalcarlo e, in qualche caso, di abbatterlo.
Io credo che il solo modo per comprendere un fenomeno sia quello di chiamarlo per nome. Le persone vanno chiamate per nome, magari anche inventandolo se si tratta di rifugiati la cui identità va protetta. Prima di dare un nome però è necessario guardare negli occhi le persone e trovare il modo di ascoltarle. Perché le storie sono la chiave narrativa giusta, che consente di andare oltre la statistica ed entrare nei fatti e nelle motivazioni, oltre che nelle emozioni.
Credo che le storie siano la chiave per capire anche fenomeni complessi. La storia di Ali, il ragazzo siriano che ha girato il video delle docce antiscabbia riesce a giocare questo ruolo. Mi ha chiamato qualche giorno fa per dirmi che sarebbe partito per tornare in Libia. La sua famiglia era rimasta incastrata in quel paese. La moglie i suoi due figli ed i suoi genitori. Avevano tentato di entrare in Turchia per poi venire in italia, ma erano stati respinti e a questo punto la sola possibilità di arrivare in Italia consisteva nell’imbarcarsi. Ali non ha voluto che lo facessero e ha pensato di tornare lui indietro, da dove era partito, per proteggerli. Credo che la sua storia sia il paradigma di quanto avviene a chi cerca riparo in Europa attraverso il mare e ci mostra molti aspetti importanti per capire cosa succede in termini assoluti, ci aiuta a capire il fenomeno.
Ali è scappato dalla Siria; si è imbarcato per l’Italia lasciando la famiglia in Libia con il pensiero di fare il ricongiungimento familiare una volta ottenuto lo status di rifugiato in Europa; a Lampedusa ha denunciato lo scafista e le docce antiscabbia;
dopo tre mesi di attesa del magistrato è partito per l’Olanda; ha avviato la richiesta d’asilo in Olanda ma dopo sei mesi è stato riportato in Italia per effetto della convenzione di Dublino che dice che si chiede asilo nel paese di approdo;
è arrivato in Italia il 20 giugno giornata mondiale del rifugiato, ma era venerdì e ha trovato chiusi tutti gli uffici, ha dovuto aspettare tre giorni in aeroporto prima di parlare con qualcuno; dopo altri mesi ha ottenuto lo status di rifugiato in Italia e ha avviato le pratiche per il ricongiungimento familiare, ma nel frattempo in Libia è scoppiato il caos e la sua famiglia è stata respinta dalla Turchia.
Dunque dopo oltre un anno ha tentato di fare quello che altri suoi compagni di viaggio sono riusciti a fare in pochi mesi, ostacolato dalle leggi che regolano l’accesso all’Europa. Eppure il suo era un caso che avrebbe meritato una attenzione diversa. Aveva dato prova di grande senso civico, aveva denunciato lo scafista e poi aveva mostrato al mondo quella che hanno definito una pratica sanitaria: le docce antiscabbia. Ecco la sua storia aiuta a capire in molti dettagli un fenomeno complesso come l’accesso a questo continente, che chiamiamo la fortezza Europa.
Il racconto degli arrivi ha necessità di questo per evitare l’assuefazione: il cambio di punti di vista, attraverso il vissuto delle persone, attraverso immagini come quelle dei viaggi in mare, delle traversate del deserto e dei cadaveri sepolti nella sabbia o delle torture nei campi di prigionia. O dei trattamenti sanitari nei centri di accoglienza.
C’è un altro elemento che viene evidenziato nel rapporto ed è la scarsa attenzione che stampa e televisione hanno nei confronti di persone che vengono a chiedere protezione internazionale. I volti riconoscibili dei richiedenti asilo o dei rifugiati sono mostrati con grande facilità. Pochi tengo o conto del fatto chemostrare quei volti mette a rischio di ritorsioni la persona inquadrata e la sua famiglia che è rimasta in patria. A Lampedusa è successo con il papa prima e con il naufragio poi. Il racconto di una tragedia così grande nella stragrande maggioranza dei casi non riusciva a fare a meno di un volto stravolto, di una espressione di dolore, di un pianto. È un meccanismo banale del racconto televisivo, ma la cautela, la consapevolezza del fatto che si mettessero in serio pericolo le persone che venivano mostrate, nonostante i richiami al rispetto della deontologia.
Le immagini come le parole, possono fare danni irreparabili. Per questo la carta di roma rappresenta un argine importante, determina limiti che in fondo sono piuttosto facili da rispettare.  Nascondere l’identità di chiede asilo e protezione non è un elemento sul quale si può discutere.
Credo che il racconto di chi arriva dal mare debba essere fatto chiamandoli per nome, anche e soprattutto quando non puoi mostrare i loro volti.
Credo che le storie siano la chiave per capire cosa succede. Sempre.

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