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Papa Francesco e la mafia

 

Non credo che i mafiosi, dai killer ai loro complici della finanza, dell’impresa e della politica, temano di andare all’inferno. Sicuramente, essi, moderni luciferi che invocano madonne e santi, temono invece di non poter fruire più della copertura storica che gerarchie e chiese locali (non tutte) hanno loro offerto, in nome dell’anticomunismo o dei privilegi di classe. In questi vent’anni la Chiesa, da Giovanni Paolo secondo a Benedetto sedicesimo, e ora con Papa Francesco che prende per mano il prete antimafia più noto e impegnato, Luigi Ciotti, ha  impresso un movimento in senso antimafioso irreversibile. Le mafie sono fuori dall’Ecclesia; i mafiosi, latae sententiae, automaticamente, sono scomunicati; il richiamo di Bergoglio alla povertà come scelta etica della Chiesa di Pietro “che non aveva cercato banche”, indicano una direttrice netta come si evince dalle misure allo studio per lo IOR e il governo della chiesa, la vergogna avvertita per gli immigrati morti di Lampedusa, gli incontri con la gente comune e l’incontro di venerdì scorso con i familiari delle vittime di mafia. Il processo è avviato, ma dovrà conquistare ancora l’animo di tutti i cattolici e non, di tutti i parroci e vescovi.

Infatti, mentre Papa Francesco faceva sapere che avrebbe partecipato alla veglia di preghiera con i familiari delle vittime, un parroco del quartiere Zisa, a Palermo città del beato Puglisi, officiava il funerale di un boss ucciso nella guerra intestina di mafia. Presenza massiccia del popolo del quartiere, adesione di tutti i commercianti che hanno abbassato le saracinesche al passaggio del corteo. Non è cambiato nulla? Le parole e gli atti di Papa Bergoglio sono una lezione di civiltà democratica per tutto quel mondo laico e religioso che si ricorda dell’antimafia solo in qualche anniversario popolato dai media, dimenticandosi della questione nei giorni successivi o nascondendosi dietro lo schermo del garantismo peloso. Perché, a sinistra come a destra, si continua a ignorare la necessità di sospendere la candidabilità dei rinviati a giudizio per mafia o corruzione? Non merita qualche riflessione il fatto che dopo i “protocolli di legalità” ritrovi le imprese mafiose nell’Expò di Milano solo grazie ai magistrati? E “la politica” dov’era? E la corruzione non va punita severamente? Non preoccupa le forze politiche e la società civile del Nord l’orientamento espresso da alcune sentenze della magistratura di quelle zone che stentano a riconoscere la natura del fenomeno mafioso come se non ci fosse la legge Rognoni-La Torre? In alcuni casi sembra tornare a quarant’anni fa quando si filosofeggiava su cos’era la mafia e se c’era o riguardava solo il superego dei siciliani o la società pastorale della Calabria o la spacconeria dei napoletani. Gli interventi del Papa danno vigore e rilanciano, con l’esempio, l’urgenza di ritornare alla difesa del bene comune partendo dai più deboli.

Le sinistre, Pd e Sel, presenti nelle istituzioni, sembrano aver delegato alla magistratura la repressione e ai movimenti dal basso della società civile la mobilitazione della coscienza pubblica, scegliendo di appiattirsi sulla politica dei governi di centrosinistra, scontandone le difficoltà di governo con le loro fragili maggioranze. Salvo a recuperare visibilità mediatica con le cinque mosse per sconfiggere le mafie promesse da Renzi rispondendo a Saviano.

Oggi, in campo c’è un movimento nazionale antimafia che sotto la guida di don Ciotti ogni anno mobilita decine di migliaia di cittadini con l’obiettivo di sensibilizzare il paese e la sua classe dirigente. Le sinistre non hanno una propria elaborazione laica capace di confrontarsi con un forte movimento d’ispirazione etica e religiosa e ricercare nel pluralismo l’unità fattuale. Anzi sempre più è afflitta da relativismo etico (v. gli indagati candidati o nominati sottosegretari), partecipa in modo passivo al movimento dell’antimafia sociale. Le sinistre attuali sembrano aver dimenticato la ricca elaborazione storica sulla funzione delle mafie nel modello di sviluppo capitalistico oggi aggiornata alla sua natura globalizzata.

Perciò se alla Zisa c’è un popolo che partecipa ai funerali religiosi di un boss, mi aspetterei un’adeguata mobilitazione civica della città di Mattarella, Pio La Torre e Pino Puglisi, cattolici e non, ma uniti laicamente nella lotta antimafia. Non vorremmo concludere che dopo un lunga storia di ricerca di dialogo tra laici e religiosi, nel momento in cui il popolo credente occupa la scena, manchino proprio gli interlocutori laici. Vito lo monaco

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