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L’Italia dei leader già condannati

 

Il condannato di Arcore continua a tacere. Né potrebbe fare altrimenti dopo la sentenza della Cassazione e le numerose prese di posizione che i capigruppo del Partito democratico, sia al Senato che alla Camera, hanno ritenuto in questi giorni di dover prendere di fronte alla pronuncia giudiziaria e soprattutto  di fronte alla legge che regge la questione che lo riguarda. L’ex presidente della regione Toscana senatore Martini  ha parlato a ragione di un atto dovuto da parte della commissione parlamentare piuttosto di una decisione che assuma colore politico. Il rinvio a cui il cavaliere aspira disperatamente ritenendo che potrebbe, perciò stesso, da una parte salvare il governo Letta che continua a dipendere senza alcun dubbio anche  dai voti  del PDl, di fronte alla strana e inconcludente politica di Grillo, e dall’altra, propiziare chissà perché un’iniziativa spontanea da parte del presidente della Repubblica che, invece, con la sua lunga nota ha detto con chiarezza, a mio avviso, di non poterla intraprendere, è improbabile e soprattutto inutile ai fini del chiarimento della crisi italiana. Ora se Berlusconi prendesse almeno atto della sentenza, cosa che non ha ancora fatto, potrebbe in qualche modo creare almeno una delle condizioni di un nuovo atto del Capo dello Stato ma, nel suo perdurante silenzio, si coglie piuttosto la ricerca di altri espedienti per restare al centro della crisi e guidare dall’esterno del parlamento il partito politico che sia il Popolo della Libertà o la rinascente Forza Italia delle idi di settembre. Ora sappiamo tutti e in particolare quelli che fanno il mestiere della ricerca storica che l’uomo di Arcore ha dominato, senza dubbio, l’ultimo ventennio populista della lunga età repubblicana (ha  ormai  settantotto anni, è il caso di ricordarlo) ma le condizioni stanno cambiando. La sua ultima condanna, e i processi che ancora lo aspettano ne fanno un uomo che difficilmente potrà mantenere il suo ruolo parlamentare e rivestire cariche di vertice o di governo. Certo, qualcuno dirà che c’è già Beppe Grillo che si è strasformato da attore in politico e fa il capo-garante del Movimento Cinque Stelle, governato peraltro in maniera dispotica, come ha sempre fatto Berlusconi. Perché Grillo sì e Berlusconi no, dicono i seguaci del Cavaliere lombardo. L’obiezione, al di là del fatto che Berlusconi è stato già condannato per frode fiscale e rischia di esserlo per reati ancora più gravi come la corruzione minorile, Grillo è stato colpevole di un grave investimento stradale ma non di altri reati. Ma la condizione dell’uno e dell’altro – me lo si lasci dire a conclusione di questa nota – appare paradossale giacchè a cittadini che non ricoprono cariche politiche si chiedono requisiti che possono venire a mancare di fronte ad altri che si pongono, sia pure fuori del parlamento, come leader di forze politiche. Non siamo di fronte, ancora una volta, a uno strano paradosso? E i giornalisti non hanno nulla da dire, neppure a sinistra, di  fronte a simili contraddizioni?

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