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Russia, vietato parlare di omosessualità in pubblico e soprattutto parlarne bene

 

Mentre in tutto il mondo occidentale i diritti civili delle persone Lgbt vanno avanti nella Russia del nuovo zar Vladimir Putin la Duma (la camera bassa del parlamento russo) ha approvato pressoché all’unanimità la legge omofoba che vieta la “propaganda” alle “relazioni non tradizionali”. Un testo volutamente generico e ambiguo,dove non è nemmeno specificato cosa sia da intendersi con “propaganda”, così da permettere al giudice di turno di applicare al malcapitato sempre il massimo delle sanzioni che prevedono multe consistenti che vanno dai 100-125 euro per le singole persone fino a 19-23.000 euro per enti, società e aziende. Nel caso siano coinvolti stranieri la legge prevede anche la detenzione e l’espulsione. Ma servono soprattutto a mettere al bando e vietare preventivamente manifestazioni, eventi, concerti e ogni altra iniziativa pubblica che possa essere ritenuta a rischio di “propaganda gay”.
In sostanza in questo momento nella federazione russa non solo è vietato organizzare i Pride (il tribunale di Mosca ha esteso il divieto nella capitale per 100 anni) ma è persino proibito parlare di omosessualità in pubblico e soprattutto parlarne bene.
Durante la discussione alla Duma 30 manifestanti del gruppo Lgbt moscovita (Russian Lgbt network) sono stati brutalmente malmenati e caricati sul furgone della polizia russa a suon di calci e sputi con gli estremisti religiosi ortodossi che davano man forte.
Stessa brutalità nelle altre città russe dove è stato organizzato il Pride come a San Pietroburgo, che per prima ha applicato la nuova legislazione omofoba.
D’altra parte soltanto 20 anni fa era stato cancellato il famigerato articolo 121 del codice penale sovietico istituito nel 1934 da Stalin in persona, e magnificato dallo scrittore Gorki in occasione di un congresso del Pcus. Migliaia di omosessuali, sulla base di quell’articolo, finirono in Siberia morendo di fame e di violenze nell’implacabile gelo russo. Contemporaneamente  Hitler rinforzava l’articolo 175 del codice penale tedesco per punire non solo gli atti, ma perfino i sentimenti omosessuali (oltre a lui, soltanto Ceaucescu è riuscito in una impresa simile). Si poteva finire in campo di concentramento e di sterminio con il triangolo rosa cucito sul pigiama del lager per un nonnulla: uno sguardo, una denuncia, una delazione.
L’omosessualità è sempre stata un indicatore del tasso di libertà di un paese, non a caso lo stesso Hitler fa istituire una commissione per la persecuzione degli omosessuali a meno di un mese dalla presa del potere proprio nel ’33 quando anche in Unione Sovietica si fa la stessa cosa. La repressione dell’omosessualità è tipica delle dittature di ogni latitudine e di ogni colore, per via dell’antica ossessione al controllo della vita privata e della sessualità da parte dei regimi autoritari.
La rivoluzione russa cancella il reato di omosessualità abrogando l’intero codice penale zarista, salvo reintrodurlo 15 anni piu tardi con l’articolo 121 che Boris Eltsin cancellerà dopo il tentativo di colpo di stato volto a vanificare la Perestrojka.
Ricordo che ne parlai personalmente con un imbarazzatissimo Alexander Jakovlev, numero due di Gorbaciov, in occasione di un congresso del PDS.
Questa legge omofobica è la cartina al tornasole che rende evidente come la Russia di Putin sia ricaduta in un nuovo regime autoritario che limita drasticamente le libertà civili. Sfortunatamente è da questo regime antidemocratico che dipendono buona parte dei nostri approvvigionamenti energetici, soprattutto di gas. Ma se è vero che noi dipendiamo dai russi, anche i russi dipendono dall’occidente in questa epoca di interdipendenza globale. Proprio per questo mi ha stupito la sostanziale mancanza di proteste e di tentativi di contrasto alla legge omofoba nel periodo della sua  discussione. Per fortuna che ci si è svegliati dal torpore non appena si è visto con chiarezza cosa significa la legislazione omofoba: infatti appena approvata la legge su tutto il territorio russo è partita la caccia al “goluboi” che in russo letteralmente significa azzurro, ma che è un appellativo dispregiativo degli omosessuali, l’equivalente del nostro “frocio” per il quale in questi giorni Nitto Palma del Pdl chiede il lasciapassare.
Pochissime invece le voci di dissenso in Russia dove i locale istituto di sondaggi valuta nel 65% il consenso popolare alla legge, stessa percentuale per chi considera l’omosessualità una malattia e una minaccia per la società. Difficile, sulla base anche di questi dati, definire quella russa una società democratica e culturalmente avanzata. Una democrazia vera esiste se anche la società è democratica e libera di informarsi. Non a caso i giornalisti vengono perseguitati – a volte anche uccisi come avvenuto per la Politkovskaya – e non a caso l’informazione, altro fondamentale indicatore di libertà e democrazia, è completamente imbavagliata.
Putin è stato massicciamente contestato in Olanda in occasione della sua visita di stato durante la quale ha avuto la faccia di bronzo di dire che in Russia i gay non sono discriminati. E ha giustificato così l’approvazione della legge: “la Russia ha un problema demografico, io ho il dovere di occuparmi dei diritti delle coppie che generano prole”. Ma la rivolta internazionale verso l’omofobia russa si è accesa da qualche tempo soprattutto dopo la diffusione di video e foto dei pestaggi e delle torture (tra cui un omicidio) cui in tutto il paese è sono sottoposti i ragazzi omosessuali (spesso attirati in vere e proprie trappole attraverso le chat di Internet) da gruppi neonazisti.
In Italia è stato l’Arcigay “il Cassero” di Bologna a lanciare la campagna di boicottaggio della vodka russa. Mentre la contestazione internazionale è montata proprio in questi giorni in occasione dei giochi di atletica dove alcune sportive si sono dipinte le unghie con i colori dell’arcobaleno, simbolo del Pride in tutto il mondo. Ora anche questa minima forma di resistenza è stata vietata dalla Iaaf su pressioni delle autorità russe.
La medaglia d’oro russa Isinbayeva ha dovuto rItirare le sue penose dichiarazioni (“noi russi siamo normali, donne con uomini e non uomini con uomini e donne con donne”) su pressione degli sponsor occidentali. Tutto questo mentre l’attenzione si va spostando sulle olimpiadi invernali di Sochi, per le quali il ministro russo dello sport ha rilasciato ambigue assicurazioni come ci informa il debole presidente belga del Comitato olimpico internazionale, Jacques Rogge. Ne ha approfittato giustamente Obama per definire come odiose le misure omofobe del Parlamento russo.
A mio parere è assolutamente intollerabile che al confine del’Unione Europea ci sia un paese come la Russia che perseguita i suoi cittadini Lgbt dando di fatto il via libera a veri e propri pogrom. L’Europa ha moltissime possibilità di pressione sul regime sovietico, pardon, russo per convincere il neo dittatore ex-KGB Putin a cambiare rotta perché senza gli accordi commerciali con l’Europa non ci sono sbocchi per buona parte delle merci russe, a partire dagli idrocarburi. I governi e i parlamenti si facciano sentire. Probabilmente Putin ha ceduto anche in Russia alle pressioni della potente chiesa ortodossa locale tornata in auge dopo il crollo dell’Urss, per non parlare di una società machista da sempre. Ma le proteste internazionale hanno ottenuto in moltissimi casi risultati eclatanti.
Proprio per questo occorre proseguire sui media e in tutte le occasioni fornite dai rapporti bilaterali una fortissima campagna contro l’omofobia russa che scritta in una legge produce crimini nella società. Questo vale anche per l’Italia che non riesce a varare una normativa decente contro l’omofobia. Un sussulto del nostro Parlamento nella direzione di una norma severa e giusta a tutela dei cittadini Lgbt potrebbe essere la nostra migliore risposta alla faccia brutale del regime russo di Putin e dei suoi servi sciocchi.

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