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Siamo sicuri che la Bbc sia ancora un esempio virtuoso da seguire?

 

“Riformiamo il servizio pubblico sul modello della Bbc”. L’appello, recentemente lanciato da Nicola Tranfaglia sul sito di Articolo 21, assume oggi un sapore quantomeno strano. Proponendo di rinunciare alla pubblicità, così come avviene nell’emittente pubblica britannica ,Tranfaglia auspica un concreto affrancamento dell’azienda di viale Mazzini “… dalla schiavitù dell’audience e di conseguenza dalla subalternità della politica che negli anni del populismo ha dato un grande potere all’uomo di Arcore …”.

Posizione senza dubbio ampiamente condivisibile. Ma siamo sicuri che la BBC sia ancora un esempio virtuoso da seguire?
Dopo la vicenda grave dello “scandalo-Savile” (il presentatore deceduto accusato di pedofilia e di stupro), l’emittente britannica fa parlare di sè per una inusuale vicenda sindacale. Non si conoscono ancora i dati dell’adesione, ma la notizia è che si sono appena concluse 24 ore di sciopero. Un giorno intero – con tanto di presidi davanti ai principali edifici aziendali a Londra, Cardiff, Glasgow e Birmingham – proclamato dall’Unione nazionale dei Giornalisti (Nuj). Contro i licenziamenti, la situazione critica in cui versa l’azienda, la minaccia di una drastica ristrutturazione della programmazione e di una pesante riduzione dei costi.

Secondo l’organizzazione sindacale, dal 2004 sono state soppressi circa 7mila posti di lavoro e l’azienda avrebbe l’intenzione di procedere con ulteriori tagli. Michelle Stanistreet, segretario generale della NUJ, dununcia in un comunicato un massiccio programma di esuberi nei prossimi cinque anni, che riguarderà più di 2mila dipendenti. “I giornalisti più a rischio sono quelli di Bbc Scozia, dei canali asiatici, del World Service, di radio Five Live e delle redazioni regionali – si legge – . La BBC preferisce spendere soldi in questi esuberi piuttosto che assicurare la possibilità di reimpiego a quelli a rischio”.

Il casus belli immediato sarebbe infatti il mancato reintegro di una trentina di lavoratori collocati in mobilità, che era stato anche oggetto di trattative, non andate a buon fine, con la Trade Union. E i trenta ora rischiano il licenziamento definitivo. Nuvole temporalesche di addensano anche sui cieli di France Presse. I sindacati dell’agenzia hanno chiamato allo sciopero i dipendenti dopo una mobilitazione che va avanti da settimane. Protestano  contro una riorganizzazione delle reti regionali in Francia, e la minaccia di fusione tra il desk Europa e quello Africa.

Si conferma dunque, con drammatica evidenza, che libertà e pluralismo dei media sono sotto attacco in tutta Europa. E che l’erosione del diritto a un’informazione indipendente, libera e plurale è una minaccia al pieno esercizio della cittadinanza europea. E si conferma altresì la validità dell’Iniziativa Europea per una proposta di legge popolare attraverso adesioni raccolte on-line, resa possibile dal nuovo strumento di democrazia diretta previsto dal Trattato di Lisbona.

Una volta tanto ci possiamo consolare guardando i guai – nel settore dell’informazione – che avvengono all’estero? Niente da fare. A parte lo sciopero, finora confermato, delle edicole in programma il 24-25-26 febbraio – per richiamare l’attenzione sullo stato di profonda crisi in cui versa la categoria – in tema di editoria – come ci ricorda ogni giorno l’OCSE – l’Italia si conferma nelle ultime posizioni.
Da noi l’evasione del canone supera i 500 milioni, da noi c’è la legge Gasparri, il conflitto d’interessi, eccessiva concentrazione dei media. Il nostro Paese è e resta un esempio negativo, abbiamo persino fatto scuola: vedi Ungheria, Bulgaria, Romania. Vedi, appunto, la Gran Bretagna alle prese con il gruppo Murdoch.

Mancano ormai poche ore al verdetto delle urne. Fieg e Fnsi si confrontano sulle proposte da presentare al prossimo governo e Articolo 21 ha affisso sul sito l’elenco dei “buoni” e dei “cattivi”, cioè dei candidati alle Politiche che, aderendo al documento finale di Acquasparta, s’impegnano nel prossimo Parlamento ad affrontare subito i punti che – nel nostro ordinamento – impediscono una compiuta democrazia dell’informazione.
Sono queste ore di fondamentale importanza per l’assetto dell’informazione pubblica e privata nel nostro Paese, per l’assetto della democrazia repubblicana.

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