Giornalismo sotto attacco in Italia

Rai3 non è stata un’anomalia è la rete che ha tenuto alta la bandiera della Rai-Servizio pubblico

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Uno degli obiettivi che si è dato il governo Meloni è quello di egemonizzare la cultura con il pensiero di destra, mettendo fedelissimi nei luoghi dove la cultura si produce, ultimo gli Uffizi di Firenze, mentre il primo è sempre il solito, ovvero il luogo in cui si crea e si gestisce il consenso della politica: la Rai. Lo ha ammesso recentemente in una intervista l’amministratore delegato Giampaolo Rossi dichiarando con soddisfazione di aver “sistemato” Rai3.  Chissà se Rossi conosce la storia della Tv-Servizio pubblico e di Rai3, da lui definita: “Un’anomalia del servizio pubblico”. Con lui a capo dell’azienda Rai3 ha dimezzato gli ascolti, la rete che, sotto la direzione di Angelo Guglielmi in otto anni dal 2% di share è arrivata al10%, inventando programmi che hanno fatto la storia della televisione italiana, ancora oggi il picco settimanale della rete lo fa “Chi l’ha visto?” con la conduzione di Federica Sciarelli nato durante la direzione di Guglielmi.
La Rai di Rossi sarà ricordata per l’emorragia di telespettatori da Rai3 a La7, grazie anche all’addio di numerosi conduttori di grande professionalità ma non graditi: Lucia Annunziata, Massimo Gramellini, Bianca Berlinguer, Diego Bianchi (in arte Zoro), Corrado Augias, soprattutto Fabio Fazio che, dopo ben trentatré anni di onorato servizio è passato con “Che tempo che fa” al Nove, il canale di Warner Bros, accendendolo, i cui ascolti oggi sono in concorrenza diretta con Rai3. Sempre nell’intervista Rossi si è vantato di aver sistemato “l’anomalia”: complimenti per il risultato, in altri tempi si sarebbe dovuto dimettere, per la prima volta Mediaset ha superato la Rai sia in prima serata che nell’intera giornata. Non conosco Rossi e non conosco la sua esperienza di prodotto, ma sono certo di non sbagliare affermando che è uno dei tanti che la politica fa nascere “imparato”, prima direttore generale e poi amministratore delegato. Recentemente ha presentato il bilancio del 2025 chiuso con un attivo di 9,3 milioni di Euro, dopo sette esercizi in negativo. Un risultato assolutamente apprezzabile ma, come un buon amministratore sa, non sufficiente per misurare la salute di un’azienda.  Sono altre le domande a cui bisognerebbe rispondere: “A quanto ammonta il debito di cassa? Perché la Rai sta vendendo ben quindici immobili storici e di pregio, i così detti gioielli di famiglia?” E’ stato raccontato che il ricavato servirà a ristrutturare altri immobili come il palazzo di viale Mazzini (costo preventivato: 88 milioni) e non solo. I precedenti non promettono nulla di buono, già sotto la presidenza di Letizia Moratti (primo governo Berlusconi), fu fatta un’operazione simile: prima la Rai vende poi affitta, così nel giro di qualche anno viene bruciato il ricavato.  Sempre nell’intervista Rossi accusa Rai3 di essere diventata negli ultimi quindici anni un “canale ideologico e di aver abbandonato il sociale”. L’ad, nella sua non conoscenza, ha dimenticato la storia di Rai3: è la rete che resiste all’editto bulgaro di Berlusconi e alle conseguenti censure, è la rete che riporta in onda Enzo Biagi dopo cinque anni di esilio, è la rete che produce tanti programmi di successo come “Vieni via con me”, condotto da Fabio Fazio e Roberto Saviano realizzando una media del 30% di share e circa 10 milioni di telespettatori a puntata, ma soprattutto, come raccontano le analisi fatte dal Marketing Rai, riporta a guardare la tv 4 milioni di telespettatori che negli anni l’avevano abbandonata. Le parole di Rossi offendono non solo i telespettatori che avevano scelto Rai3 come riferimento culturale, diventando per gli ascolti la terza dopo Rai1 e Canale 5, con la direzione di Guglielmi, Minoli, Pinto, Cereda, Ruffini, Di Bella, Vianello, Coletta e Di Mare, ma anche tutti quei lavoratori che hanno contribuito a far diventare Rai3 la rete che ha tenuto alto la bandiera della Rai-Servizio pubblico.


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