Giornalismo sotto attacco in Italia

Lo spettro di una guerra totale nel Golfo Persico

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La Guerra totale tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica sembra ormai inevitabile. Una guerra tra due paesi con seri problemi interni che guardano a un conflitto armato come una soluzione temporanea per sviare le attenzioni. Il presidente americano sta perdendo consensi nel proprio paese. La sua personale popolarità, e quella della sua amministrazione, secondo alcuni sondaggi e’ scesa del 30 per cento e molti repubblicani sono seriamente preoccupati per le elezioni che si terranno a metà novembre.

Nella Repubblica Islamica la legittimità del regime dopo le proteste del gennaio scorso in oltre 130 città, con diverse migliaia di morti e decine di migliaia di arresti, è stata messa seriamente in dubbio. Il regime molto meglio dei suoi oppositori conosce le dimensioni della sua impopolarità e della sua incapacità di far fronte alla devastante crisi economica che ha costretto oltre il 50 per cento della popolazione e vivere sotto la soglia di povertà, in un paese con un ricco patrimonio nel suo sottosuolo, e con un’economia un tempo tra le più forti del continente asiatico.

Nella situazione attuale un conflitto con il “nemico storico” può. sembrare una soluzione, anche se momentanea. Con un paese in guerra tutto può trovare una giustificazione.

A Washington l’inquilino della Casa Bianca con le sue dichiarazioni ambigue e contraddittorie cerca di tenere buoni le due anime dei repubblicani, quella isolazionista che non vorrebbero vedere gli Stati Uniti coinvolti nelle vicende internazionali, compresa una nuova guerra pur se nel lontano Medio Oriente, e gli altri che vorrebbero dominare questa regione ricca di gas e petrolio e soprattutto dare un sostegno determinante al governo di Benjamin Netanyahu, che continua la sua guerra, circondato da un silenzio assordante, in una Gaza ormai distrutta da ogni punto di vista.

Donalda Trump con le sue minacce quotidiane e le azioni dei suoi bombardieri da una parte, e le sue offerte di dialogo con Teheran (con negoziati dietro le quinte che non sono state mai interrotte malgrado le azioni militari di ambedue le parti) vorrebbe imporre le sue condizioni. Condizioni che la Repubblica Islamica non potrebbe accettare se non ricevendo in cambio la promessa di prolungare la vita di un regime che ha perso ogni legittimità. Un conflitto che per un errore di valutazione commessa da una parte o dall’altra potrebbe trasformarsi in una guerra regionale di tali dimensioni da mettere a dura prova la pace mondiale. Dalla fine della guerra fredda, mai come oggi, una crisi regionale aveva rappresentato una minaccia cosi seria alla pace e la sicurezza globale.

È di questi giorni la notizia che nuovi protagonisti hanno fatto il loro ingresso in queto conflitto. Kuwait, Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti avrebbero preso parte all’ultima ondata di bombardamenti americani degli obiettivi militari e civili in Iran. Dall’altro canto fin dall’inizio del conflitto i missili e i droni della Repubblica Islamica hanno preso di mira non solo le basi americane ma anche obiettivi civili nel Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman e Giordania. A Teheran alcuni capi dei Pasdaran parlano della necessità di dare una svolta al conflitto occupando Kuwait e Bahrain, mentre da Wahington giungono voci che gli Stati Uniti si stanno preparando per l’occupazione di alcune isole iraniane nel Golfo Persico o addirittura sbarcare le truppe nel sud dell’Iran. Una zona oggetto di bombardamenti a tappeto nelle ultime due settimane. Il portavoce del Ministero degli Esteri della Repubblica Islamica è stato molto chiaro a questo proposito: “Qualsiasi paese del Golfo Persico che ufficialmente non si dissoci dagli Stati Uniti verrà considerato collaboratore dell’aggressore”.

Un conflitto che  incide seriamente sull’economia mondiale. Secondo gli ultimi dati diffusi dai centri che monitorano il traffico marittimo, sono oltre 500 le petroliere e le navi rimasti bloccati con la chiusura dello Stretto di Hormuz. La Nazioni Unite, assenti per molti versi, di recente anno espresso una certa preoccupazione anche per le sorti degli oltre 6000 marinai che si trovano da settimane a bordo di queste navi e petroliere. Se dallo Stretto di Hormuz nel Golfo Persico passa il 20 per cento della produzione mondiale del greggio, dallo Stretto di Bab el Mandeb nel Mar Rosso transita il 12 per cento del greggio e il 25 per cento del traffico merci mondiale. Gli Houthi, alleati di Teheran, hanno colpito di recente due petroliere saudita che attraversavano Bab al Mandeb e minacciano la chiusura di questo stretto. Già questa minaccia ha fatto salire il prezzo del greggio a oltre 100 dollari al barile, aumentando anche il costo assicurativo dal 3 al 5 per cento del valore della merce che trasportano. Alcune petroliere hanno pagato di circa 20 milioni di dollari per di premio di assicurazione. Un duro colpo per l’economia mondiale che a pagarlo saranno i consumatori che non hanno alcuna voce in capitolo in questo assurdo conflitto.

Questa situazione ha mandato completamente in ombra la grave situazione dei diritti umani nella Repubblica Islamica, dove dall’inizio dell’anno secondo l’Iran Human Rights, la organizzazione non governativa con base in Norvegia, almeno 419 persone sono state impiccate, Di queste 24 erano manifestanti arrestati durante la rivolta dello scorso gennaio, 13 i sostenitori di gruppi di opposizione al regime degli Ayatollah e altri 10 accusati di collaborazione con i “paesi ostili”.

 


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