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nuove strade della cinematografia”

Shirin Neshat (giuria del Festival di Berlino): “Il film di Jafar Panahi ha aperto
nuove strade della cinematografia”

 

Un orso d’argento per vincere il suicidio. Dell’uomo. Dell’artista. La regista iraniana Shirin Neshat, membro della giuria del Festival di Berlino di quest’anno, parla con Articolo 21 del premio che ha onorato Jafar Panahi al festival di Berlino. Quel regista assente da molti anni dalle cerimonie dei festival perché condannato a 6 anni di prigione e a ben vent’anni di interdizione dalla regia cinematografica. Come l’anno scorso per “This is not a film” a Cannes l’opera di Panahi deve essere uscita dai confini persiani a rischio e pericolo di qualcuno e a presenziare in sala al posto del grande regista una sedia vuota e una grande sagoma fotografica portata a ricordo dai manifestanti per la libertà in Iran “Non ho votato per Panahi solamente per la sua sfortunata situazione politica – commenta Shirin Neshat al suo rientro da Berlino – ma perché ho pensato fosse veramente un’interessante storia cinematografica di un’artista diviso tra il suicidarsi e invece continuare sulla strada della sua passione per l’arte a dispetto di tutti gli ostacoli”.

“Closed curtain” infatti mostra una casa-non casa coperta di spesse tende nere, al di fuori della quale gira il mondo. Un mondo dove anche i cani bisogna salvare dalla mano omicida, perché impuri. Panahi si muove sull’orlo nevrastenico e artistico dell’abisso in cui è precipitato. Non sono le giornate costrette in casa a causargli la depressione, ma l’impossibilità di creare. “Ho amato – prosegue Shirin Neshat – il modo in i cui il film passa dalla finzione alla realtà, dal surrealismo al puro realismo. È stato meraviglioso vedere come Panahi e Partovi sebbene limitati dalla location di una sola casa, senza che nemmeno la casa esistesse, siano stati capaci di raccontare in modo pieno la loro storia”. E aggiunge: “Ho trovato che questo film abbia aperto nuove strade della cinematografia, specialmente per il modo in cui è stato scritto, e non ho potuto se non sostenere il premio alla sceneggiatura”. Naturalmente ci vuole una rispettosa cautela per parlare del successo berlinese di Panahi. Sì ci vuole cautela per non causare ulteriori danni ad un artista condannato a non esprimersi, mentre al di fuori delle sue finestre coperta di panni neri come la morte, gira un mondo dove le donne vedono loro tolte le facoltà universitarie, mentre un governo silente ed inesorabile punisce chi tenta u dialogo, una critica. Era sulle elezioni in Iran il film che ha bloccato, speriamo non per sempre, la creatività di Panahi. Lo stato l’ha bloccato in casa. E con la mancanza di film, d’arte Jafar Panahi è caduto nella depressione più profonda, da condurlo sull’ orlo del suicidio per poi, con un colpo di reni, trasformarsi in un ennesimo film. Un’opera monca della vita esterna, ma simbolica dell’anima piena, tracolma dell’artista. Si possono condannare a morte gli esseri umani in molti modi: come il ragazzo di sedici anni che in quella foto a Teheran piange sulle spalle del boia; o togliendogli la dignità, la possibilità di esprimersi. Ed è a un Panahi disperato che i giurati di Berlino hanno cercato di lenire con un premio i singhiozzi.

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