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Ingroia e il Paese allergico alla libertà

 

Bisognerebbe cambiare la Costituzione. Nell’articolo 1 sostituire la parola Lavoro con la parola Famiglia, volendo rispecchiare l’essenza culturale di questo Paese: il suo arcaico senso di fedeltà cieca al clan, nella peggiore delle ipotesi, alle cosche. La sua sottomissione alla legge del Padre, ovunque, nei partiti, nelle aziende, nelle parrocchie, nelle associazioni. Un Paese allergico alla libertà del singolo, all’individuo, alla responsabilità personale, al talento non affiliato, così diffidente dei cani sciolti…assimilati a randagi e non considerati, con loro pieno diritto, semplicemente liberi. L’Italia è una repubblica fondata sulla famiglia, nel bene e nel male, e della famiglia ha spesso le dinamiche anche degeneri, ricattatorie, colpevolizzanti. Nel comma secondo di questo articolo 1 dovremmo però precisare: fondata sulla famiglia “in senso stretto” che secondo il presidente Napolitano, nel caso, per esempio, di Paolo Borsellino, è costituita da moglie e figli. Il 19 luglio il capo dello stato, ricordando il giudice ucciso in una strage, ha effettuato il
downgrading di fratelli e sorelle nella classifica dei legami di sangue di
primo grado.

Nel caso di Borsellino ha declassato Rita e Salvatore. Si è rivolto ad Agnese e ai tre figli del magistrato, definendoli famiglia ‘in senso stretto’.  Rita e Salvatore, che erano presenti, credo siano rimasti attoniti. Ma perché il capo dello Stato ha fatto questa gaffe? Ha pensato di essere il Papa e dover difendere il matrimonio? Era nervoso per la storia delle intercettazioni nell’inchiesta sulla  trattativa? Era arrabbiato con Salvatore che gli aveva appena  chiesto di ritirare il conflitto di attribuzione? Per questo lo ha rimosso dal novero delle persone più toccate e sconvolte dalla perdita di Paolo Borsellino?

Non posso pensare a un dispetto, ma mi ha colpito il fatto che in quella occasione, la commemorazione  della strage, si sia sentito il bisogno di precisare chi è famigliare in senso stretto e chi no. Altra strana vicenda: la implicita colpevolizzazione dei magistrati di Palermo della morte di Loris D’Ambrosio, il consigliere giuridico del Quirinale. Dal Colle al pulpito di Santa Susanna a Roma si sono colte parole di condanna per i pm di Palermo e per la stampa. A nessuno verrebbe mai in mente di suggerire alla coscienza della nazione che la colpa della morte di D’ambrosio è di Mancino che gli ha telefonato, eppure il nesso di
causa-effetto, a monte, è pressochè infinito, un po’ come la Fiera dell’est di Branduardi….

Un’altra delusione mi è venuta dai famigliari delle vittime di Via dei Georgofili, dalla presidente della associazione che mi sembra aver travisato l’intervista di Antonio Ingroia su
Repubblica. Il Procuratore aggiunto di Palermo aveva dichiarato: se c’è una Ragione di stato per fermare l’inchiesta sulla trattativa le istituzioni la invochino, se non c’è, l’inchiesta deve andare avanti.

La signora Giovanna Maggiani Chelli ha interpretato questa dichiarazione come un passo indietro del pm, quasi un atto di vigliaccheria, come se fosse pronto, per effetto del polverone sollevato dalle sue indagini, a insabbiare il polverone stesso. Possibile che solo Casini abbia capito il senso di sfida della dichiarazione di Ingroia? Il pm chiedeva di mettere
le carte sul tavolo…Ovviamente Casini ha trovato tutto questo intollerabile ma si sa,  certa politica è più avvezza ai bluff che al gioco a carte scoperte.

Sta di fatto che la signora Maggiani Chelli ha usato parole dure contro la Procura di Palermo: “Siamo costernati davanti a magistrati che hanno gettato il sasso nello stagno e oggi lasciano titolare dai giornalisti: Se c’è stata ragion di Stato torneremo indietro..”

Per fortuna i titoli non li dettano ancora dalle Procure, ciò non toglie che il titolista di Repubblica abbia scelto un titolo che non rendeva il senso della dichiarazione del pm. Maggiani Chelli nella sua nota ha anche un po’ denigrato l’incarico in Guatemala per conto dell’Onu di Ingroia (cito testualmente la sua nota: “Cosa giustificherebbe una sua
(ndr, di Ingroia) frenata su tutti i fronti compresa la partenza per il Guatemala a cercare giustizia?”
E paradossalmente proprio quando Ingroia da prova a tutti, detrattori e non, di non personalizzare la missione del suo ufficio, quando da prova di essere pronto a delegare ai suoi colleghi la fase del dibattimento (che non gli spetta neanche, tra l’altro, come coordinatore delle indagini e a indagini concluse sulla trattativa) quando da prova di saper rinunciare alla rendita di fama accumulata  tra i militanti dell’antimafia e non solo, lo si accusa di tradimento?

Ingroia non lo merita per più di una ragione: intanto in Guatemala non va a fare il narcotrafficante ma a combattere la criminalità  (probabilmente con aumentati rischi per la sua incolumità) ma soprattutto perché, anche questa volta, ha dato prova di essere un uomo indipendente, capace di liberarsi perfino del suo stesso ‘mito’. In un Paese che ha ancora così
tanto bisogno di Santi e di Eroi, così intriso di retorica, in un Paese che si è alimentato della metafora del Buon Padre di famiglia, dove i presidenti sono a volte troppo nonni (calma, alludo a Pertini…), dove la dialettica tra istituzioni e cittadini è paternalistica, la scelta di
Ingroia di mettere una distanza con il popolo che lo venera su facebook, con le platee dei dibattiti dove viene accolto  con standing ovation, è di rottura, è interessante. La scelta in  controtendenza (in Italia) di un magistrato che non resta aggrappato alla sua poltrona, che non approfitta dell’eredità del suo maestro, che passa il testimone e lascia spazio ai suoi colleghi che si cimenta con altro, altrove, è qualcosa di nuovo che ci ricorda che, oltre ai Santi e agli Eroi, in Italia esistono ancora, per fortuna, i Navigatori.

Auguri a Ingroia per il suo incarico oltre Oceano.

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