Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, l’Italia scelse la Repubblica. Non fu soltanto una svolta istituzionale. Fu l’assunzione di un impegno collettivo, una promessa affidata alla Costituzione che sarebbe entrata in vigore due anni più tardi: costruire una comunità fondata sull’uguaglianza, sulla dignità della persona, sulla libertà e sulla piena partecipazione democratica. Una promessa che, nelle intenzioni dei padri e delle madri costituenti, avrebbe dovuto superare privilegi, esclusioni e discriminazioni ereditate dalla storia.
A ottant’anni di distanza, quella promessa continua a rappresentare il fondamento morale e politico della Repubblica. Ma continua anche a interrogare la coscienza civile del Paese. Perché tra il riconoscimento formale dei diritti e il loro effettivo esercizio permane una distanza che riguarda milioni di persone.
È da questa consapevolezza che nasce Cittadinanze sospese. Indagine tra riconoscimento formale ed esercizio effettivo dei diritti in Italia, il nuovo report promosso da Semia Fondo delle Donne e curato da Giulia Marchese, Marta Nicolazzi, Aurora Perego e Massimo Prearo, che sarà presentato il prossimo 9 giugno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
La ricerca descrive un’Italia attraversata da un paradosso sempre più evidente. Da un lato cresce il consenso sociale attorno ai principi di uguaglianza e inclusione; dall’altro, le istituzioni faticano a trasformare quel consenso in strumenti concreti di tutela. Il risultato è una democrazia nella quale molti diritti esistono sulla carta ma incontrano ostacoli nell’esperienza quotidiana delle persone.
Accade nell’ambito dei diritti sessuali e riproduttivi, dove l’interruzione volontaria di gravidanza, pur essendo garantita dalla legge, risulta spesso difficile da esercitare in ampie aree del territorio nazionale. Accade per le persone migranti, per le persone razzializzate, per chi vive una condizione di disabilità o di fragilità economica. Accade ogni volta che il luogo di nascita, il reddito, il codice di avviamento postale o la condizione sociale finiscono per determinare il grado effettivo di accesso ai diritti fondamentali.
Particolarmente significativa è la situazione delle persone LGBTQIA+. Nonostante una società che appare molto più aperta rispetto al passato, l’Italia continua a registrare ritardi significativi sul piano normativo e delle tutele. I dati della Rainbow Map 2025 collocano il nostro Paese nelle ultime posizioni dell’Europa occidentale, segnalando una distanza crescente rispetto a nazioni che condividono con l’Italia tradizioni culturali e religiose simili, ma che hanno saputo intraprendere percorsi più avanzati sul terreno dell’uguaglianza e del riconoscimento.
La questione che emerge dal report, tuttavia, va oltre le singole categorie e investe il significato stesso della cittadinanza democratica. Una cittadinanza che non può essere ridotta a un mero status giuridico, ma che implica la concreta possibilità di partecipare alla vita sociale, economica e politica del Paese in condizioni di pari dignità.
In questo senso, la riflessione proposta da Semia Fondo delle Donne entra in dialogo ideale con il volume La promessa di Marianna Aprile, una delle più importanti ricostruzioni del percorso che ha portato le donne italiane alla piena cittadinanza politica.
Nel suo libro, Aprile racconta la stagione straordinaria che si apre proprio nel 1946, quando per la prima volta le donne italiane partecipano al voto politico e ventuno di loro entrano nell’Assemblea Costituente. Attraverso le loro biografie, le loro battaglie e il loro contributo alla scrittura della Costituzione, emerge il significato profondo della parola “promessa”: la Repubblica nasce infatti come progetto di emancipazione collettiva, come apertura di spazi di libertà prima impensabili.
Ma La promessa mostra anche quanto quel processo sia stato lungo, incompleto e tutt’altro che lineare. I diritti conquistati non hanno mai coinciso automaticamente con la loro piena realizzazione. Tra il riconoscimento formale e l’effettiva uguaglianza si è sempre aperto uno spazio di conflitto, di resistenza e di negoziazione sociale.
La lezione che emerge dal libro appare oggi di straordinaria attualità. Le ventuno costituenti non immaginavano una democrazia limitata alla proclamazione dei diritti; immaginavano una Repubblica capace di rimuovere concretamente gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, come recita l’articolo 3 della Costituzione. È proprio in quella formulazione che risiede ancora oggi la misura della distanza tra il Paese che siamo e il Paese che abbiamo promesso di diventare.
La nozione di “cittadinanze sospese” descritta dal report richiama infatti la stessa tensione irrisolta individuata da Aprile: il rischio che l’uguaglianza resti un principio enunciato ma non compiuto, una conquista simbolica che non riesce a tradursi in esperienza concreta per tutte e tutti.
Per questo la domanda posta dalla ricerca non riguarda soltanto alcune minoranze o specifiche categorie sociali. Riguarda la qualità della nostra democrazia. Una Repubblica può dirsi davvero compiuta quando l’esercizio dei diritti continua a dipendere dal genere, dall’orientamento sessuale, dall’origine, dalla condizione economica o dal luogo in cui si vive? Può considerarsi pienamente fedele alla propria Costituzione quando la libertà di alcuni è ancora più fragile di quella di altri?
Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, il tema non è celebrare una promessa già mantenuta, ma interrogarsi sul lavoro ancora necessario per realizzarla. Perché la democrazia non coincide con la semplice esistenza dei diritti. Vive nella loro concreta accessibilità. E la cittadinanza non è un titolo che si possiede una volta per tutte: è la possibilità reale di appartenere alla comunità politica in condizioni di pari dignità.
La promessa repubblicana continua dunque a rappresentare il nostro orizzonte più ambizioso. Ma perché non resti una promessa incompiuta, occorre che l’uguaglianza smetta di essere soltanto un principio costituzionale e diventi, finalmente, una pratica quotidiana e universale.
