Nella geografia sociale della Capitale, la questione migratoria continua a rappresentare uno dei principali indicatori dello stato di salute della democrazia urbana. Il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni a Roma e nel Lazio, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS insieme all’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”, restituisce infatti un quadro complesso e profondamente inquietante: accanto ai numeri di una presenza straniera ormai strutturale nel territorio laziale, emergono nuove e più gravi forme di esclusione sociale, marginalità abitativa e invisibilità giuridica. La presentazione del Rapporto, prevista per il 24 giugno presso il Teatro Rossini di Roma, non si limita ad aggiornare dati statistici relativi a residenti stranieri, lavoratori, studenti, richiedenti asilo o minori non accompagnati. L’elemento che rende questa edizione particolarmente significativa è piuttosto la scelta di dedicare ben tredici capitoli all’analisi delle criticità sistemiche che colpiscono
specifiche fasce della popolazione migrante. Una scelta che assume il valore di una denuncia civile e politica. Il Rapporto descrive un contesto in cui la marginalità non appare più come fenomeno eccezionale o transitorio, ma come una condizione strutturale. A Roma, soprattutto nelle periferie e nei territori più fragili, si assiste all’acuirsi del disagio abitativo, alla proliferazione di insediamenti precari e
all’assenza di politiche pubbliche capaci di garantire un reale diritto alla casa. Quartieri e aree come Bastogi, Ostia o la zona della Tiburtina diventano emblematici di una città divisa, dove il diritto all’abitare e quello alla salute risultano sempre più subordinati alla condizione
economica e giuridica degli individui. Gli ostacoli all’accesso alle cure sanitarie, specialmente per chi vive ai margini o in condizioni di irregolarità amministrativa, mostrano come l’universalismo del sistema sanitario rischi di trasformarsi, nei fatti, in un privilegio selettivo.
La povertà abitativa e sanitaria non riguarda soltanto il benessere materiale: essa produce isolamento sociale, invisibilità e perdita di cittadinanza. Il migrante povero, oggi, non è soltanto economicamente vulnerabile, ma spesso escluso dagli stessi dispositivi istituzionali che dovrebbero garantirne la tutela. Tra gli aspetti più allarmanti evidenziati dal Rapporto vi è il progressivo deterioramento del sistema
di protezione internazionale. Le prassi illegittime denunciate nella gestione delle domande di asilo da parte della Questura di Roma delineano un quadro nel quale il diritto d’asilo — principio fondativo del diritto internazionale e costituzionale europeo — sembra attraversare una fase di profonda crisi. Ritardi amministrativi, ostacoli burocratici e difficoltà nell’accesso alle procedure finiscono per
produrre una sorta di “invisibilità giuridica”, nella quale migliaia di persone restano sospese tra presenza reale e inesistenza amministrativa. È una condizione che alimenta precarietà lavorativa, sfruttamento e ricattabilità sociale. Non meno significativa appare la critica al sistema di accoglienza, descritto come una “filiera dell’emergenza” più che come una politica strutturata di inclusione. L’emergenza permanente, infatti, produce dispositivi temporanei, frammentari e spesso inefficaci, incapaci di costruire percorsi stabili di integrazione sociale. Un ulteriore elemento di riflessione riguarda il lavoro di cura svolto dalle donne immigrate. Per anni impiegate nel lavoro domestico e assistenziale, molte di esse scoprono, una volta raggiunta l’età anziana, di avere accesso soltanto a pensioni minime o insufficienti. Alla base vi sono carriere discontinue, lavoro sommerso e contratti irregolari che hanno garantito alle famiglie italiane servizi
essenziali senza però tradursi in adeguate tutele previdenziali. Si tratta di una contraddizione che interroga profondamente il modello sociale italiano: una parte consistente del welfare familiare si regge infatti sul lavoro migrante, spesso femminile, ma continua a negare pieno riconoscimento economico e sociale a chi quel welfare lo sostiene quotidianamente. Anche il sistema penitenziario mostra dinamiche discriminatorie. Il Rapporto denuncia il mancato accesso dei detenuti stranieri alle misure alternative alla detenzione, evidenziando disparità che amplificano le condizioni di esclusione e compromettono i percorsi di reinserimento sociale. Eppure, accanto alle ombre, emergono anche segnali di trasformazione positiva. Crescono infatti le esperienze di partecipazione civica, mutualismo e cittadinanza attiva promosse da associazioni, reti territoriali e dagli stessi migranti. Non soltanto Roma, ma anche le altre province del Lazio mostrano un tessuto sociale capace di costruire pratiche di solidarietà e inclusione. Questo protagonismo diffuso rappresenta forse l’aspetto più importante del Rapporto: la popolazione migrante non appare più soltanto come destinataria di interventi assistenziali, ma come soggetto attivo nella costruzione della vita democratica e sociale del territorio. La questione migratoria, dunque, non può essere ridotta a problema di ordine pubblico o gestione amministrativa. Essa riguarda il modello stesso di città e di convivenza che si intende costruire. Roma, in questo senso, si presenta come uno specchio delle contraddizioni contemporanee: una metropoli nella quale convivono solidarietà e abbandono, partecipazione e invisibilità, diritti proclamati e diritti negati. Il 21° Rapporto dell’Osservatorio sulle migrazioni invita allora a superare la logica dell’emergenza e a riconoscere che la qualità della democrazia urbana si misura anche dalla capacità di garantire
dignità, tutela e piena cittadinanza a chi vive ai margini. Non si tratta soltanto di una questione che riguarda i migranti, ma del futuro stesso della coesione sociale nelle città europee.

Le foto sono di Chalo Gallardo e di Antonio Vetere
